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mercoledì 5 marzo 2014

Il gioco (tedesco) dell’Oca

di Raffaella Vitulano

Tra populismi e fiducia cieca nel dogma monetario Ue, esiste anche la possibilità di un moderato sentimento di critica consapevolezza del terreno accidentato di Bruxelles su cui si traballa il nostro paese. Insomma, si possono individuare zone d'ombra senza per questo essere antieuropeisti.
Ad esempio, succede che grazie all'accordo di ieri, la supervisione bancaria integrata sarà operativa dal 1º marzo 2014. E la richiesta tedesca di introdurre nell'eurozona contratti vincolanti per evitare gli squilibri macroeconomici fa temere che Berlino voglia imporre, tramite Bruxelles, la possibilità di "commissariare" un governo espressione della volontà degli elettori. Alla faccia della democrazia. Frau Angela über Alles: all'origine dell'impennata dello spread italiano ci fu proprio Deutsche Bank, che nel luglio 2011 vendette una quantità ingente di titoli di stato italiani (Btp) sul mercato secondario per circa 7 miliardi. Il meccanismo era quello del gioco dell'Oca (amabile sintesi del Financial Times), in cui si torna sempre al punto di partenza: un paese, per finanziare il suo deficit, vende inizialmente miliardi di titoli di Stato magari a banche francesi e tedesche, che poi nel 2011 decidono di liberarsene. A quel punto interviene la Ue che spinge le banche del paese indebitato a riacquistare - con gli interessi - i suoi stessi titoli di Stato che aveva precedentemente venduto per finanziarsi. I miliardi degli aiuti girano così in tondo, appaiono sotto altra forma sui monitor delle Borse e poi ritornano al punto di partenza, ma durante il percorso qualcuno si impoverisce e qualcun altro si arricchisce. E quelli che si arricchiscono non siamo noi.
Ma i tedeschi non smettono d'interessarsi al nostro Paese: il 20 ottobre 2011 Deutsche Bank presenta poi un lungo lavoro al Governo tedesco e alla Troika (Fmi, Bce e Ue), intitolato "Guadagni, concorrenza e crescita", a firma di Dieter Brauninger, economista fra i più quotati dell'istituto tedesco, nel quale s'ipotizza che vengano privatizzati i sistemi di welfare e i beni pubblici di Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda.
Infine, qualche altro memo made in Europe: il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) ci è costato già 15 miliardi di anticipo e ci ha indebitati di almeno 125. Il Fiscal Compact ci costerà 50 miliardi all'anno e in conseguenza della sua ratifica il Parlamento ha inserito in Costituzione l'obbligo del Pareggio di Bilancio, dimenticando Maastricht e i Trattati Ue.
La gente aspetta equità, la chiede a gran voce. Ma per ora, l'unica cosa certa è la ricapitalizzazione diretta delle banche in difficoltà. 

(14 Dicembre 2012)
r.vitulano@cisl.it

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