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giovedì 10 aprile 2014

Machiavelli tra le aiuole

di Raffaella Vitulano


Un dubbio s’insinua: cosa accade quando le aziende, anziché influenzare il processo legislativo delle istituzioni europee, decidono addirittura quale esso debba essere prima ancora che sia iniziato? Ormai è cosa nota: molti funzionari di Bruxelles, a fine mandato, passano a gruppi di pressione, le lobbies. Un fenomeno chiamato revolving door del conflitto d’interesse: porte ancora più girevoli in vista del voto di maggio. Nella Ue, la carica dei 6.486 lobbisti nell’ufficiale Transparency Register sembra aver messo a posto qualche tassello. Oggi sappiamo ad esempio che l’industria finanziaria ne occupa almeno 1.700 spendendo almeno 120 milioni di euro all’anno per influenza le scelte Ue. Un prudenziale da mettere a confronto con una disponibilità intorno ai 4 milioni per ong, società civile e sindacati. Un rapporto superiore a 30 a 1 che fa impallidire sugli interessi prioritari dei gruppi di pressione. Il sindacalista austriaco Oliver Röpke, di ÖGB Europabüro, ammette che ”tale situazione rappresenta un severo problema democratico che i politici devono affrontare. Un primo passo sarebbe quello di adottare regole forti ed efficaci di trasparenza contro influenze non dovute”. Se possibile va ancora peggio alla Bce, che ha promosso Stakeholder Groups (”portatori di interessi”) che prevede 95 membri provenienti dal settore finanziario, e 0 (zero!) tra organizzazioni della società civile, consumatori, sindacati. Che interesse possono dunque avere, nei confronti di cittadini e lavoratori, le politiche della Banca Centrale Europea?
L’indebolimento degli Stati nazionali negli ultimi vent’anni sta facendo crescere il potere delle lobbies. Ma la selezione degli advisory group - i gruppi di esperti che si occupano di suggerire proposte legislative alla Commissione Ue - è ancora tutta da combattere. In tutto ci sono circa 1.000 gruppi (tra formali, informali, temporanei e permanenti), formati da oltre 30 mila esperti, che si riuniscono almeno 85 volte all’anno per formulare pareri, consigli, segnalazioni. E anche qui: il 90% dei gruppi esterni (circa 500) alla Commissione è rappresentato dalle industrie e per Olivier Hoedeman, coordinatore di Corporate Europe observatory, solo l’1% dai sindacati. A Bruxelles ”il lobbista deve essere come Machiavelli”, spiega il politologo olandese Rinus van Schendelen: deve avere l’ambizione necessaria per vincere, studiare e prepararsi al meglio e quindi, in battaglia, essere prudente. Nella Ue ogni combattimento è molto più duro, competitivo: se in Italia hai 15-20 gruppi di potere che lavorano su un dossier, a Bruxelles ce ne sono 180-200. Come ben riporta Lettera43, a Bruxelles le lobby non crescono solo all’interno delle istituzioni ma anche nelle aiuole. In rue Wiertz, appena fuori dal parlamento europeo, c’è un albero. A piantarlo nel 2001 è stata la Society of european affairs professionals (Seap), l’organizzazione che riunisce i lobbisti europei. Insomma: piantati i semi, piccoli Machiavelli crescono.


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