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venerdì 23 maggio 2014

Prendersi cura degli altri

Berlino (dal nostro inviato Raffaella Vitulano)- E’ quando ascolti parole come le sue in sala che capisci di non doverti mai arrendere. Capisci che il sindacato ha una sua forza nell'unità d'azione e lui te lo ribadisce con ferma convinzione. Per molti anni ha avuto il privilegio di lavorare a stretto contatto con Nelson Mandela: Jay Naidoo è stato segretario generale del Congresso dei sindacati sudafricani dal 1985 al 1993 prima di diventare ministro responsabile per il programma di ricostruzione e sviluppo nell'ufficio del Presidente, e con Mandela è stato in prima linea nella lotta contro l'apartheid: ”Ho trascorso molto tempo fuori dai cancelli di fabbriche e alloggi che ospitavano i lavoratori migranti, e ho parlato con uomini e donne, esausti dopo il lavoro”. ”Il Cosatu scelse di rimanere indipendente, determinato a non trasmettere le idee di nessun partito politico, ed eravamo così uniti che i nostri membri sono stati in grado di porre fine all'apartheid. L'indipendenza fa parte del Dna della nostra organizzazione. Eravamo una forza unita. Niente ci poteva fermare”. Naidoo fa una pausa. Poi ricorda eventi più recenti. Quel 16 agosto 2012, quando in Sudafrica la polizia uccise 34 minatori nel massacro di Marikana che i giornali titolarono come Le tombe di Rustenburg. Ricorda quel 24 aprile 2013 quando, a migliaia di chilometri di distanza, in Bangladesh, un edificio commerciale di otto piani, il Rana Plaza, crollò uccidendo 1.132 lavoratori. ”Cosa sta succedendo? Come abbiamo potuto permetterlo?”, si chiede. E parla di un nemico senza nome e senza volto: la diseguaglianza. Quella stessa in cui il rapporto Ocse Growing Unequal mette sotto accusa lo scandalo dell'elusione ed evasione fiscale da parte delle classi agiate a fronte del taglio dei servizi pubblici. E senza girarci intorno: ”Per dirla semplicemente, dopo gli eventi che hanno cambiato il mondo negli ultimi decenni del 20° secolo, il sindacalismo sembra aver perso il suo scopo, ha perso il suo dinamismo e perso di vista il suo nemico”. Ecco perchè, secondo lui, oggi, quasi 21 milioni di persone affrontano condizioni di lavoro forzato. Una provocazione, uno stimolo a ritrovare passione e impegno, a proseguire nell’opera di proselitismo in tutto il mondo. Sui luoghi di lavoro, tra i precari, mentre assistiamo ”alla determinazione dei governi e del mondo finanziario di usare la crisi economica globale, causata dall’avidità umana e dagli eccessi di una élite vorace, come un rullo compressore per ridurre i diritti dei lavoratori”. Ma per lui ”l’impossibile è possibile” e i sindacati possono ancora indicare la strada capendo che la loro forza viene dalla base e dal negoziato. Questa potrebbe essere la via da seguire con fiducia per l’obiettivo che l'Ituc si è data: conseguire 20 milioni di nuovi iscritti entro il 2018. In un mondo che cerca ovunque nuovi messia, nella Germania della Merkel che come il Belgio bandirà i sussidi agli stranieri disoccupati perchè ”la Ue non è un’unione sociale”, lui prova a trarre un insegnamento dal passato: ”Cerchiamo disperatamente eroi ed eroine, potremmo semplicemente non aver guardato nei posti giusti. E tempo di rimettere a fuoco la nostra azione e contare sulla nostra stessa gente. E’ lì che troveremo legioni di nuovi Mandela che lavorano disinteressatamente in un mondo che altrimenti avrebbe cessato di prendersi cura degli altri”.

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