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venerdì 13 giugno 2014

La guerra dentro



di Raffaella Vitulano
La guerra. Parola da evitare, in diplomazia. Meglio chiamarle missioni di pace. Quelle ci sono, spesso. Ma anche la guerra c'è, eccome. C'è la guerra, e c'è la morte.
Ci sono gli acrobati sul filo delle missioni, uomini e donne in divisa. Equilibristi delle armi e delle strategie, di guerra e di pace. Vestono una divisa per convinzione, quasi mai per necessità. Compiono il loro dovere nella cinica, malconcia e colpevole indifferenza di una politica balbettante e nella ipocrita diffidenza alle catastrofi umane e sociali di un mondo iperconnesso. Ma lo spirito di sacrificio è sempre evidente, come olio sull'acqua.
Ci sono poi gli acrobati nei villaggi, uomini, donne e bambine in abiti civili, e vaglielo a spiegare agli afghani che era meglio che quelle missioni non fossero mai state pianificate: quel puzzle di democrazia imperfetta ha concesso loro il diritto di voto, e ha concesso alle bambine afghane di andare a scuola, ad esempio. Le persone, prima di tutto. Anche quelle coperte da un drappo plissettato e da fitte grate di tessuto intrecciato attraverso il quale la luce non filtra mai. Così, quella stoffa appiccicata al sudore del viso e alle narici costringe le donne ad ascoltare il proprio respiro ritmato.
Infine, ci sono i giornalisti. Quelli di guerra, di cronaca o quelli economici. Gli acrobati delle parole, di quelle dette e non dette. Delle emozioni, degli sguardi incrociati, dei documenti. Quelli che raccontano le storie, i fatti, gli eventi. La morte. La vita che rinasce. Quei funamboli che non vogliono proprio perderlo il vizio della denuncia di abusi e soprusi da parte dei plutocrati mondiali e dei burocrati europei, telecomandati dalla finanza. I giocolieri di tempi complessi, stretti tra una società derelitta e una politica complice di lobbies. Perchè gli interessi economici in gioco, in Somalia, in Afghanistan, così come in Iraq o in altri Paesi, dettano la linea ai governi che dispongono ormai di un menu fisso e non più à la carte, ed intrecciano business di forniture che nel caso del traffico di armi, di vaccini sperimentali, di oppio ed eroina o altre sostanze chimiche uccidono con dolo senza pietà.
Incontro Barbara Schiavulli alla stazione Termini. E' sempre in viaggio, con quel trolley lucido viola che la segue ovunque. Un tempo l'aveva di un altro colore, la chiamavano "la giornalista free lance con la valigia rosa" e i militari ironizzavano. Perfino il giubbetto antiproiettile realizzato con imbottitura più leggera portava la scritta press in rosa. Anche oggi, a Roma, ha scelto per l'appuntamento le tonalità del sabbia e del fucsia. E non è un vezzo. Essere donna non fa differenza. Essere giornalista, sì. Soprattutto quando ti muovi in ambienti dove il pregiudizio verso la nostra professione è più radicato. Figuriamoci quando una giornalista decide di mettere a nudo le emozioni dei soldati. Lei è reporter di guerra. Ha cominciato in cronaca nera al Gazzettino di Venezia, poi ha scelto la sua vita.
Cerchiamo un caffè, un posto dove sederci; optiamo per il fast food orientale. Ritrovarlo, però, nel sottopassaggio a Termini non sembra cosa semplice. Perché per questa giornalista globetrotter il senso d'orientamento non è, stranamente, il suo forte. E meno male. Me lo dice di fronte agli spring rolls, con l'ironia necessaria a sopravvivere al dolore che la circaonda nei suoi viaggi. "Mi perdo spesso. Ma a volte mi dicono che sia un bene. Nel mio lavoro in zone di guerra ripetere lo stesso percorso all'andata e al ritorno può facilitare i rapimenti. Non corro questo rischio" esordisce. Ma ne corre altri. "In realtà, corri più rischi tra i civili che tra i militari. Con loro in missione ti senti molto più protetta. Le guerre si fanno nelle città, nei viali, sui tetti, per strada. E' lì che io sono un obiettivo. Ed è lì che la gente muore". Figlia di un'americana, Barbara ha lineamenti esotici. Ed è questo che spesso l'ha aiutata in certi teatri di tensione, mimetizzandosi tra le donne locali. Poi, la sua tenacia e il suo coraggio hanno fatto il resto. Riuscì ad ottenere un'intervista con Arafat sul conflitto israelo-palestinese. Partì con la sua valigia per una settimana, fece l'intervista, ma restò a Gerusalemme per tre anni. Una vera gambler, che non considera il giornalismo come "utilità di servizio" ma "partecipazione alla conoscenza".
La missione. E' in quel momento che lei esalta l'osservazione.
E nel suo ultimo libro scruta nell'animo dei soldati, raccontandone ineditamente aspetti impensabili. Lo aveva già fatto con un'intervista a Marines americani, che scoppiarono in lacrime a fine racconto. Oggi parla dei militari italiani, scrive del loro lato più intimo e familiare, delle loro emozioni. "La guerra è uno di quegli argomenti che ti costringe a schierarsi. Al di sopra di tutto c'è la politica, buona o cattiva che sia. Al di sotto c'è chi combatte senza chiedere troppo, fa quello che deve perchè risponde all'istituzione, che sia d'accordo o no. Si può essere contro le guerre, dunque, ma non contro gli uomini. La Guerra Dentro (le emozioni dei soldati) entra nelle vite di dieci militari che hanno trascorso lunghi periodi in zone di crisi e hanno trovato la forza di aprirsi alle loro emozioni. Quelle che fluiscono dalla paura di morire o dal dolore di perdere un compagno, dalla forza di riprendersi da un ferimento o dal coraggio, dall'adrenalina, dalla nostalgia di casa. Per Barbara la guerra "è morte, fango, puzza di corpi bruciati, intestini sparsi. E' paura, mancanza di sicurezza, è il fallimento della politica. Ma è anche il posto dove la gente lotta, tira fuori il peggio o il meglio di sé. Dove ci si stringe sotto il suono delle bombe, dove non ci sono differenze". Ed ecco che nel libro prendono forma le storie del luogotenente artificiere; il capitano ferito; il generale che perde i suoi uomini; il capitano delle forze speciali; il rallista; il generale dottore; il sommergibilista capitano di corvetta; il tiratore scelto; il pilota colonnello; il capitano psicologa.
Raccontare delle guerre dà dignità alle persone che quelle guerre le subiscono. Come per le guerre sociali e per quelle finanziarie, la missione di ogni giornalista è studiare ed esserci per denunciarlo e testimoniarlo: se i soprusi, le vessazioni, gli inganni, il dolore delle persone non venissero raccontate, sarebbe come non fossero mai esistite. Ed invece quelle vite hanno nomi e cognomi.
Il modello di Barbara è Martha Gellhorn, considerata una delle più grandi corrispondenti di guerra del XX secolo e terza moglie dello scrittore Ernest Hemingway. La giornalista, che in seconde nozze sposò il direttore di Time, non aveva dubbi: "Seguivo la guerra ovunque riuscissi a raggiungerla." Così anche Oriana Fallaci, di cui pure aspetti della vita privata oggi confermano le sue passioni. Così Tiziano Terzani, che ha conosciuto. Così Franco Di Mare, collega e amico. Così Barbara, che sul suo profilo Facebook ci informa di "tutte le notizie che non leggerete sui giornali". Ora Barbara sta pianificando nuovi viaggi, mentre il suo compagno, Danilo, capitano dell'esercito appassionato di gialli, è in partenza la prossima settimana per una missione in Somalia. Il mondo dei giornalisti è più piccolo di quanto sembri. E con quello dei militari ha in comune il contatto con popoli lontani o del territorio locale. Il rispetto delle regole. L’analisi. La strategia. L'indagine. La sfida. La tenacia. La responsabilità. Osmosi sociale, mai simbiosi.
E a volte l'alchimia tra i due mondi funziona, come nel loro caso. Oggi Danilo lavora al centro d'eccellenza della Counter Ied, dove si studia la lotta all'ordigno. C'è tutta una teoria su come impedirne la realizzazione e lo scoppio, vero incubo sui territori. La loro storia è stata sfiorata dalla serendipità. Nel 2008 si conoscono a Kabul, dove lui era ufficiale di collegamento. Nessuna scintilla, si perdono di vista. Poi, in quella fitta rete di intrecci informatici e di casualità, si ritrovano sui social, si tengono in contatto finché nel 2012 si rivedono a Roma. E da quel momento non si sono più lasciati, sviluppando una grande flessibilità e rafforzando il carattere, "se no non reggi". Oggi vivono a Marino, ai Castelli Romani, con il loro golden retriever Sheila, che affidano alla dog sitter quando partono per le rispettive missioni. E anche Barbara presto calpesterà il territorio somalo. Qualche giorno in base, qualche altro all'esterno, pagando anche mille dollari al giorno da free lance tra interpreti e varie, per pezzi che cercherà di vendere a diverse testate. Peccato che gli esteri, nei giornali, siano in ribasso. E allora lei cerca fondi anche col crowdfunding, perchè la passione è troppo forte. E li trova, perchè la sete di conoscenza degli internauti non si placa mai.
Somalia, terra pericolosa dove una sua carissima amica canadese, Amanda Lindhout, nel 2008 è stata rapita e trattenuta per quindici mesi. Violentata, seviziata, torturata. Alla fine lei e il suo fotografo furono rilasciati. L'inferno alle spalle. L'aborto. Il trauma. Barbara è consapevole dei rischi, ma non cede: andrà in Somalia investendo in sicurezza e protezione per continuare a raccontare la guerra. Solo una cosa è certa, dicono: quando si parte per un conflitto non si torna mai come si era prima. Soprattutto dentro.




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