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lunedì 1 settembre 2014

L'Europa, la Storia e la geografia

di Raffaella Vitulano

La cancelliera Merkel si accorge finalmente che non siamo di fronte ”a un conflitto all’interno dell’Ucraina, ma ad uno scontro fra la Russia e l’Ucraina”. L’ennesima dimostrazione che l’Europa resta una gran chiacchierona. O che semplicemente è divisa come non mai. Il mondo intero è ormai una polveriera militarizzata e il premier polacco Donald Tusk, di fresca nomina a presidente del Consiglio Ue, si esterna in impegnativi paragoni della situazione attuale con quella che precedette la seconda Guerra mondiale. Il vertice della Nato in programma giovedì e venerdì prossimi in Galles ”si terrà in un mondo cambiato” e sarà ”summit cruciale nella storia dell'Alleanza”: per il segretario generale uscente, Anders Fogh Rasmussen, ora ”la Nato sarà più visibile a Est”. Il nostro continente, del resto, parla già benissimo l’americano di Washington o l’inglese di Wall Street.
Lo si sussurrò tre mesi fa, alla nomina di Jean-Claude Juncker a presidente della Commissione Ue. Lui sì, pare, parlasse molto bene americano.
E ieri, su molti siti d’informazione, la nomina della Mogherini quale Mrs. Pesc non veniva considerata una vittoria di Renzi quanto di una inedita saldatura tra il programma (Pnac) dei Neocon statunitensi e i fautori della “Responsabilità di Proteggere” (R2P - Responsability to protect), quelli che sostengono la necessità degli interventi militari per difendere i diritti umani ovunque nel mondo. Affinità tutte da verificare in un mondo dalle poliedriche sfaccettature.
La crisi degli spread, l’arrivo della Troika, l’imposizione delle politiche di austerità ai paesi del Sud Europa, le riforme strutturali e l’inconsistente gommapiuma degli atterraggi sociali ben poco morbidi hanno schiantato l’Europa mostrandone il lato oscuro dell’integrazione.
Il ministro del governo Prodi II, Padoa Schioppa, sosteneva che l’ingombrante ”diaframma di tutele” sociali europee aveva ”progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità”. Un diaframma che in realtà altro non era l’essenza stessa della democrazia parlamentare nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale. Ma lo stesso Prodi, in un’intervista al Financial Times nel 2001, quando si trovava a capo della Commissione Europea, prevedeva altro: ”Un giorno ci sarà una crisi e nuovi strumenti di politica economica saranno creati”.
E oggi si prosegue con annunci ad effetto, inseguendo piuttosto, e ad ogni costo, la creazione di un vasto mercato transatlantico. L’asse russo-germanico, del resto, lo vogliono solo gli industriali, non la finanza anglofila, nè i mercati finanziari globali e nemmeno i politici.
L’ipotesi di ristrutturazione oligarchica della società europea con una governance light assume così sembianze più definite. Circondata dall’incredulità, dalla leggerezza, dalla follia, dalle egemonie, dalle ombre, dal dolore, l’Europa si consegna alla Storia. A una certa geografia, sembra essersi consegnata da un pezzo.

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