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mercoledì 12 novembre 2014

Il Quirinale osserva Washington (e viceversa)

di Raffaella Vitulano

Il giornalista Tony Barber scrive un editoriale sul Financial Times dal titolo “Il senso del dovere di Napolitano brilla nell’oscurità italiana”. Pochi giri di parole con cui schianta il nostro paese: ”Negli ultimi 15 anni, c’è stato davvero poco di positivo da dire sulla performance economica dell’Italia, e ancora meno circa la qualità della sua vita politica... In Italia l’economia e la finanza pubblica sono ancora in una crisi profonda e la politica, a tutti i livelli, si contraddistingue per irresponsabilità e malgestione. Ed è difficile credere che un Paese possa evitare le conseguenze dei suoi fallimenti per sempre”. Pollice verso, dunque, ad un contesto in cui la tempistica della prossima rinuncia del presidente piuttosto ”appare quella giusta”. E se il mondo anglosassone ci studia, in rete c’è chi, studiando la tempistica, più che alla legge elettorale fa riferimento alle novità oltreoceano. Ieri Napolitano ha infatti ribadito quanto già detto il 4 novembre scorso in merito agli antagonismi interni, parlando di ”allarmante acuirsi di conflitti e tensioni a ridosso dei nostri confini” che rende ancor più necessario e prioritario ”procedere a razionalizzazioni e ammodernamenti” per avere ”Forze Armate pronte ed efficienti, in grado di garantire” la ”sicurezza del paese di fronte alle gravi minacce emergenti”. Non sarebbe un caso che questa accelerazione della sua uscita di scena sia giunta immediatamente dopo la débâcle di Obama con la perdita del Senato - che nel Congresso Usa sovrintende alla politica estera e alla Difesa - e alla notizia che George P. Bush, nipote di due presidenti, probabilmente sarà il candidato repubblicano nel 2016. Nè casuale sarebbe la sferzata di Renzi al Patto del Nazareno e al suo rapporto con il centro destra. Il Quirinale studia le mosse della Casa Bianca, insomma, e viceversa. Mentre i repubblicani italoamericani starebbero scaldando i muscoli in vista di un cambio della guardia a Washington. Molti oriundi oltreoceano, del resto, hanno occupato ed occupano posti prestigiosi in America, alla Corte Suprema o alle forze di Difesa. Un ruolo, quello degli italoamericani, da non sottovalutare nelle strategie nazionali. Dal prossimo gennaio, infatti, le conseguenze della perdita del Senato da parte dei democratici Usa si concretizzeranno nel fatto che le leve del comando della politica estera e della difesa saranno in mano repubblicana. Uno scenario di equilibri diversi da quelli di oggi, che potrebbe richiedere organigrammi diversi agli alleati. Se dunque, tanto per ipotizzare, si volesse tentare di fare eleggere un democratico al Quirinale, bisognerebbe fare in fretta; il cambiamento per quello schieramento dovrebbe avvenire entro fine gennaio prossimo. Se invece si punta su altri, allora si potrebbe anche aspettare. Non dovrebbero però più aspettare gli interessi nazionali, per evitare l’effetto di Olocausto greco. Gli annunci bellicosi di Napolitano, i selfie di Renzi al grido di ”più droni e meno proteste” all’inaugurazione del nuovo stabilimento di Piaggio Aerospace, non ci esimeranno dall’avere una vera politica estera, la cui alternativa non può essere una politica di difesa senza alcuna progettualità.

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