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lunedì 26 gennaio 2015

Le briglie della Disunione europea

di Raffaella Vitulano

Fiumi d’inchiostro e di parole sulle elezioni greche. Sullo sfondo, l’inevitabile compromesso che Atene dovrà raggiungere. E sì, perché Syriza, oltre agli slogan d’effetto, ha affermato in ogni occasione che rispetterà gli obiettivi fiscali indicati dai trattati Ue, limitandosi a rivedere gli accordi firmati dal precedente governo con i creditori esteri. Il punto è proprio lì. In quelle nozioni giuridiche che molti ignorano, così come quei cavilli di rango inferiore nelle gerarchie delle fonti comunitarie che nel sonno della ragione dei politici europei hanno potuto generare mostri come il Fiscal Compact o il Six Pack. Roba noiosa, si sa. Meglio scrivere sui giornali di zuffe e baruffe. Meglio sfidare avversari politici in tv con parole altisonanti che leggersi Trattati e regolamenti. Il compromesso che verrà, spiegherebbe perchè le piazze finanziarie stessero oggi apparentemente snobbando i sedicenti “anti Troika” made in Grecia. Probabilmente i giochi tra i tavoli di Bruxelles e Berlino sono già fatti e la tragedia greca si trasformerà nell’ennesima pantomimica concordata per far confluire i consensi di gente esasperata su un nuovo soggetto politico capace di anestetizzare la protesta. Una possibilità confermata dal fatto - così almeno si legge - che il responsabile difesa del partito di Tsipras si sia affrettato già dai primi exit poll a chiamare i capi delle forze armate e della polizia per ”tranquillizzarli”. I creditori del debito ellenico si sono nel frattempo premurati di ottenere garanzie che questo fosse ripagato in euro anche in caso di uscita dalla moneta unica. E a proposito di euro, ricordiamo che il recente bazooka di Draghi accolla l’80 per cento delle garanzie per gli acquisti dei titoli sovrani da parte delle banche centrali nazionali sulle spalle delle medesime. Il terrore dei banchieri per possibili effetti dirompenti della vittoria di Tsipras li hanno insomma spinti a concedersi quanta più liquidità possibile, in modo da poter reggere la turbolenza greca. E tuttavia, senza una riduzione delle tasse anche il Quantitative easing della Bce - prigioniera delle aspettative dei mercati - sparerà a salve, secondo un’analisi condotta dal Centro studi Unimpresa sulla base della Nota di aggiornamento al Def. Per sfruttare i vantaggi offerti da una maggiore offerta di moneta (quella immessa dalla Bce con gli acquisti di titoli di Stato) bisogna infatti essere nelle condizioni di potersi indebitare. Ed è quello che a famiglie ed imprese manca, perché la pressione fiscale divora le disponibilità residue di famiglie e imprese. Wolf Richter, analista californiano di business e finanza, punta il dito proprio sulle politiche monetarie delle banche centrali, a partire dalla Federal Reserve, accusate di favorire solo l’1% della piramide sociale (banche, multinazionali e miliardari vari). Il punto di svolta sarebbe stato il 2009, quando le banche centrali mondiali cominciarono a creare furiosamente denaro dal nulla e a comprare asset finanziari (azioni, obbligazioni e simili) per gonfiarne i prezzi mentre sacrificavano i risparmiatori privandoli degli interessi sui loro risparmi. Una correlazione non è una causa, mette le mani avanti Richter. Ma in pochi giorni l’Europa ha comunque dimostrato tutta la sua disunione. Resta da convincere la Germania e i paesi del rigore ad avviare una conferenza europea per la condivisione del debito eccedente il 60% del pil con simultanea nascita di titoli di debito europei, gli ormai dimenticati eurobond. 


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