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venerdì 24 aprile 2015

Quei poteri invisibili sul filo della legalità

 di Raffaella Vitulano

No, non siamo come gli Usa. Inutile illudersi: per noi è davvero difficile inseguire il loro modello federale. In comune con Washington possiamo avere le pressioni delle lobbies, ma questa è un’altra storia, e l’affronteremo dopo. Andiamo con ordine.
Primo punto. Al contrario degli Usa, che hanno fondato la loro supremazia economia sulla valuta del dollaro come principale strumento di scambio e di riserva, l’Europa sta abbandonando il sogno di una nuova e diversa forma di egemonia monetaria – una valuta a-statale come l’euro – fondata sul solo sostanziale spostamento della sovranità dalla geografia degli stati a quella internazionalistica dei banchieri regolatori. Un po’ poco, per parlare di Unione. Manca, diciamolo con franchezza, il sens o dell’unità, della condivisione . Svegliati dal s o n n o della rag i o n e , non ci rimane che fare i conti, è il caso di dirlo, con la realtà. Quella delle delocalizzazioni all’est, ad esempio, dove per muovere un Tir l’uomo d’af - fari italiano può anche pagare 60 bustarelle per 1400 km di percorso, e altre 200 per avere permessi ecc., dove le reti informatiche vanno a carbone. L’Italia è questa. Forse non è solo questa, ha dei centri d’eccellenza, ma è soprattutto questa.
Imbrigliati ormai nella guerra mondiale commerciale tra Usa e Ue per l’export ai Pvs e ai Brics (i Trattati in discussioni servono solo come armistizio), con catene di produzione forsennate, riusciremo forse nei prossimi 50 anni a vendere tutta la produzione che ormai produciamo a ritmi quasi cinesi, mentre i nostri esportatori si terranno i ricavi, li giocheranno in finanza, e lasceranno a secco le buste paga. Finché i Brics avranno anche acquisito le nostre competenze dai nostri prodotti, e allora saranno guai, perché ricominceranno a produrre a casa loro. Con il 90% delle materie prime e le risorse umane in abbondanza, la tecnologia e una nuova moneta di Riserva (il dollaro è in agonia), compreranno sempre meno da noi e gli esportatori europei andranno a gambe all’aria.
Senza considerare il fattore demografico: a un aumento del benessere corrisponde sempre un calo drammatico delle nascite; diminuiranno necessariamente anche i consumatori. Dalla crisi, c’è sempre tuttavia chi ci guadagnerà. Pensiamo al versamento di 462 milioni di € al Fondo monetario internazionale da parte della Grecia. I dati diffusi da Jubilee Debt Campaign mostrano che dal 2010 l’Fmi ha ricavato 2,5 miliardi di € di profitti dai suoi prestiti alla Grecia. Se la Grecia rimborserà totalmente il suo debito con il Fondo monetario, il profitto salirà a € 4,3 miliardi entro il 2024. Non male, eh?
L’economista Jacques Sapir, 58 anni, direttore del Centre d’études des modes d’industrialisation e da anni di spola tra le università di Parigi e Mosca, è piuttosto critico: ”Non sembra che si abbia una reale comprensione di ciò che comporta la formazione di una Federazione europea, in particolare dal punto di vista dei flussi di trasferimento. Per contro, cominciamo a sentirne lo stress...” Ancora più duro è Sir Noel Malcom, storico e giornalista inglese di grande fama, che già nel 1995 aveva chiara l’impossi - bilità storica e politica di procedere verso un vero federalismo. Con chiari e semplici ragionamenti, prevedeva inevitabilment e quanto si sta oggi verificando: il dogmatismo ad ogni costo, il potere delle élite che svuota la democrazia, l’egemo - nia tedesca, la spinta verso l’opacità e la corruzione, le conflittualità e la paralisi della politica estera. La corruzione, già.
Per dirla con Byung-Chul Han: 55 anni, filosofo tedesco-sud coreano con un passato nella metallurgia e brutale critico della Rete e del globo interconnesso, ”il potere alla base del neoliberismo non è repressivo, ma ammaliante. E soprattutto, a differenza del passato, invisibile. Quindi non c’è un nemico concreto che limita la nostra libertà. Le figure di lavoratore sfruttato e libero imprenditore spesso coincidono. Ognuno è padrone e servo di se stesso. Anche la lotta di classe è diventata una lotta contro se stessi. Il neoliberismo fa sì che la libertà si esaurisca da sola: la società della prestazione prepone la produttività alla repressione proprio grazie a un eccesso di libertà, che viene sfruttata in tutte le sue forme ed espressioni, dalle emozioni alla comunicazione. Oggi la libertà è una costrizione. Il compito del futuro sarà proprio quello di trovare una nuova libertà”. Sì, perché quella di oggi non gli sembra tale: ”La cultura della condivisione è la commercializzazione radicale della nostra vita. Internet non unisce, ma divide. Genera un venefico narcisismo digitale. La sua estrema personalizzazione restringe, paradossalmente, i nostri orizzonti. E divora le fondamenta stesse della democrazia rappresentativa”. In un’intervista a Repubblica, spiega bene: ”Lo sciame digitale non crea un pubblico. Non conduce al dialogo o al discorso, che è il cuore di una democrazia. Spesso la comunicazione digitale ha un enorme frastuono di sottofondo e ci fa perdere la capacità di ascoltare, facoltà cruciale della democrazia”.
Poteri invisibili, ammalianti e seduttivi. Come quelli delle lobbies. In Italia come all’estero.
E siamo al secondo punto annunciato. ”Ero coinvolto profondamente in un sistema di corruzione. Corruzione quasi sempre legale”. Quando alla fine del 2010 - dopo aver scontato quattro anni di carcere e aver lavorato per sei mesi a 7,5 dollari l’ora in una pizzeria - Jack Abramoff chiuse i suoi conti con la giustizia, squarciò il velo su cosa fosse fosse il lobbismo negli Stati Uniti. Il più famoso lobbista americano degli ultimi venti anni - al centro di un altrettanto famoso scandalo che avrebbe coinvolto 21 potenti uomini della Washington politica - sturò un cunicolo di polemiche su una delle attività che più condizionano la vita politica e finanziaria del globo. Attività del tutto legittima e legale ma che può offrire varchi, attraverso regole complesse, anche ad azioni che sfiorano la soglia della criminalità. C’è un gran movimento in questi mesi a K Street, il cosiddetto centro dell’industria della lobby, dei think thank e dei gruppi di pressione a Washington. Fusioni e acquisizioni scatenano appetiti pesanti nella competizione esasperata in un campo di gioco già molto concorrenziale e che occupa oltre 33 mila professionisti e muove decine di miliardi di euro l’anno. Un mondo che dall’Italia osservano con curiosità e invidia. ”Quando c’è il sangue in acqua, gli squali iniziano a girare in cerchio e le imprese cercano di prendere le persone migliori”, sostiene Mike House, responsabile della practice legislativa in Hogan Lovells. “I soldi sono come l’acqua, anche se provi a imbrigliarli, trovano sempre la loro strada”, Tony Podesta uno degli uomini più ricchi e potenti degli Stati Uniti, sa il fatto suo. Americano ma con nonni italiani di Chiavari, non a caso, è definito “the lobbyst”, il lobbista, dal Newsweek. In Italia, l’ultima inchiesta sugli appalti svela il mondo sotterraneo dei gruppi di potere. In Parlamento sono ferme 15 proposte. Entro quando una regolamentazione?

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