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lunedì 11 maggio 2015

Gettate un paracadute all'eurozona, please

 di Raffaella Vitulano

Qualcuno, come Ambrose Evans Pritchard del britannico Telegraph, lo definisce ”feticismo fiscale”: se le sanzioni dei Trattati fossero applicate a tutti, la Germania dovrebbe essere multata perché sta mettendo in pericolo la stabilità dell’Eurozona, detenendo per il quinto anno consecutivo un surplus commerciale fuori controllo, al 7.9% del pil rispetto al 6%. Ma ormai appare evidente che alcuni paesi possono sfidare impunite le regole Ue, mentre l’Italia affonda. La macchina sanzionatoria è con ogni evidenza di tipo altamente politico. Potrebbe intervenire il Presidente della Commissione Juncker, se non fosse che ricopre oggi il suo ruolo proprio grazie al patronage tedesco. Berlino ha ormai spodestato Pechino nel ruolo di cattivona nei reports sulle manipolazioni valutarie che il Tesoro Usa sottopone al Congresso. Ma a dire la verità, l’inflessibile Berlino è ormai scomoda per tutti. Osservata speciale dalla U.S. Securities and Exchange Commission, la Deutsche Bank riuscirebbe - sostengono i rumors - sempre a farla franca grazie a generose donazioni ai partiti americani, a quello democratico in particolare. Resta il fatto che, manipolazioni o no, la Ue sta affogando. Lo sguardo è ancora quello di Washington: sul sito Foreign Affairs, pubblicato dal Council on Foreign Relations, fa bella mostra di sé il celebre articolo di Rudiger Dornbusch, economista della scuola di Chicago, allievo di Mundell, che già nel 1996 ricostruiva il contraddittorio percorso che stava guidando l’Europa verso l’unione monetaria e con notevole lungimiranza previde molti aspetti di quello che sarebbe successo, fino allo scaricarsi delle tensioni macroeconomiche sul mercato del lavoro una volta abolito il meccanismo del cambio nominale. Quanto a voci italiane, è netta la denuncia di Paolo Savona: ”L’indifferenza, per certi versi la soddisfazione, dell’Unione Europea verso un aggiustamento dei deficit pubblici attraverso l’imposizione fiscale aggiunge gravi responsabilità agli errori dei Trattati”, ma soprattutto alle interpretazioni che sono state date dei contenuti. Insomma, qualora ci fosse bisogno di ricordarlo, numeri e alchimie contabili non hanno nulla a che fare con l’economia reale.
Il cielo europeo si fa buio nell’allungarsi delle giornate estive, in vista di possibili crolli dei mercati, inesorabile fine partita di un sistema finanziario sfuggito al controllo, nonché dello sfaldamento dell’eurozona, che sul piano politico e militare si accompagnerà ad una escalation di tensioni nel Mediterraneo e in Ucraina, dove Washington e Londra stanno convogliando uomini e mezzi con intenti provocatori.
Sul fronte del rilancio della crescita, anche il Piano Junker del 2014 sembra oggi poco più che un bluff: racimolando 21 mld di risorse europee (per più di un terzo provenienti dalla riallocazione di soldi del bilancio comunitario), si sperava, con una leva di 1:15, di attivarne 315 per investimenti in infrastrutture, industria e ricerca. A distanza di 10 mesi, la Banca europea degli investimenti ha dato il via libera a quattro progetti del Piano Junker che nel più roseo degli scenari attiveranno 65miliardi di euro. Briciole per un pil europeo di 13.500 mld (lo 0,5%). Per non parlare dell’allentamento quantitativo annunciato a gennaio dalla Bce: Berlino ed i paesi di area germanica hanno acconsentito all’acquisto di 60 mld di obbligazioni sovrane al mese a patto che l’80% dei rischi sia imputato alle rispettive banche centrali nazionali. A dimostrazione ulteriore che la Germania nutre ormai seri dubbi sulla tenuta dell’eurozona e non vuole accollarsi rischi.
Con ogni probabilità, dunque, non sarà solo Alexis Tsipras a doversi munire di un paracadute per sopravvivere al lancio fuori dall’euro. Se un sano realismo e la pianificazione prendessero finalmente il posto dell’utopia anche in Italia, forse si riuscirebbe anche ad affrontare con coraggiosa determinazione la deindustrializzazione, la disoccupazione di massa ed i balbettii di una classe dirigente fallimentare, in attesa di un nuovo rischio: che il mondo anglosassone rispolveri la vecchia idea del Round Table-Council on Foreign Relations-Chatham House, federare i Paesi di lingua inglese (Usa, Uk, Canada, Australia e Nuova Zelanda) abbandonando i brandelli di Europa al loro destino. Qualcuno in Rete sussurra già che quando quando l’eurozona esalerà l’ultimo respiro, sarà proprio Londra a fornire il casus belli della guerra in Ucraina, per evitare che l’euro collassando trascini con sé anche la Nato e offra, specie alla Germania, la possibilità di inedite integrazioni economiche e politiche con Russia e Cina. Ma per ora è solo un sussurro.

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