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lunedì 15 giugno 2015

Mozzarelle di bufala adagiate su feta greca

di Raffaella Vitulano

Andrea Mazzalai è titolare di Icebergfinanza, uno dei blog che il Sole 24 ore ricorda avere il miglior ranking in Italia (dati Google rank) sulla directory di Liquida. Non siamo dalle parti dell’Oregon, ma in quel di Trento e il blogger è un 45 enne, consulente finanziario privato, uno dei pochi in Italia che ha saputo comprendere in anticipo la crisi. Un autodidatta letto da importanti gestori, funzionari di banca e analisti, con una media di 4000/5000 contatti al giorno.

Andrea, scrivi che “circolano mozzarelle di bufala adagiate su una fetta di feta greca come antipasto della crisi che verrà”. Puoi spiegarci meglio?

Si tratta di una metafora per ironizzare sulla demenziale gestione della tragedia greca, da parte delle istituzioni europee, una tragedia che sta sempre più assumendo la forma di un’immensa bufala, soprattutto se si parte dalla considerazione che oggi siamo in questa situazione anche grazie al fatto che nel 2010 non si è voluto prendere atto che la crisi Grecia fosse essenzialmente una crisi di debito privato. Attraverso la farsa dei fondi salva stati Mes, era fondamentale salvare prima i creditori, le banche tedesche, francesi ed inglesi, a differenza di quelle italiane, sensibilmente esposte nei confronti dell’economia greca. Una situazione esplosiva che avrebbe avuto conseguenze drammatiche per la credibilità dei cosiddetti Paesi “core” dell’Europa. Un decimo sarebbe costata questa crisi, un decimo rispetto ai danni prodotti da anni di inutile austerità non solo in Grecia, ma in tutta Europa. Dopo aver imposto l’austerità a mezza Europa, ora il Fmi ammette che le sue politiche erano sbagliate: sì, l’austerità è eccessiva, ma per la Grecia ci vuole; liberalizzare il mercato del lavoro non aiuta la crescita ma per l’Italia è necessaria; trattati, limiti e regole europei sono parametri con i quali è difficile raccapezzarsi, e così via. Un gran pasticcio, hanno osservato recentemente gli economisti del Fmi, ma non ci sono alternative. Tutto e il contrario di tutto, ci siamo sbagliati ma andiamo avanti lo stesso. Nulla di cui meravigliarsi sia ben chiaro, economisti ed analisti sono al servizio della plutocrazia, il loro compito è quello d'influenzare in maniera determinante gli indirizzi politici dei governi europei.

In piena crisi, nell’estate del 2008, Richard Fisher (allora presidente della Fed di Dallas) dichiarò più volte che all’orizzonte si stava creando una pericolosa pressione inflattiva. Ovviamente di li a poco si sarebbe invece verificata la più spettacolare esplosione deflattiva che la storia dell’economia ricordi, dal tuo blog ampiamente documentata e prevista. Perché in televisione o sui giornali devono andarci gli incompetenti, i cosiddetti “figli del principio di Peter”?

No, non sono incompetenti, vengono semplicemente scelte le persone adatte a far arrivare determinati messaggi agli spettatori. Loro sanno dove vogliono arrivare, non tutti ovviamente, ma molti di loro. Il Professor Brad De Long, che ha lavorato nell’amministrazione Clinton, giustamente ricordava che economisti e banchieri centrali scelgono, per ragioni non economiche e non scientifiche, un orientamento politico e una serie di alleati politici, e girano e regolano le loro ipotesi fino a giungere alle conclusioni che meglio si adattano al loro orientamento e che possono compiacere gli alleati. Il mio suggerimento per comprendere questa crisi è capire il conflitto di interesse che sta dietro a coloro che parlano o fanno proposte. E’ limitativo guardare a questa crisi attraverso il profilo economico/finanziario, servirebbe anche un’analisi antropologica e psicologica.

I leader europei sembrano non essersi accorti che la crisi attuale è di domanda. Perfino un uomo del calibro di Mario Monti sostenne un trattato che, se applicato alla lettera, porterà l’Italia al fallimento: ridurre al 60% il debito in vent’anni significa andare incontro a una recessione che sottrarrebbe il 30-40% del Pil nello stesso periodo. Un disastro, e l’inevitabile fine dell’euro. Candida disattenzione o premeditazione?

Nessun complotto, solo teorie economiche fallimentari e ideologie. Monti lo ha dichiarato candidamente alla Cnn: "Stiamo effettivamente distruggendo la domanda interna attraverso il consolidamento fiscale. Quindi, ci deve essere una operazione di domanda attraverso l'Europa, un'espansione della domanda". Svalutare il lavoro, distruggere la domanda interna, secondo i loro desiderata erano l’unica possibilità per far recuperare competitività al Paese, era e lo è tuttora. Per quanto riguarda il fiscal compact, Padoan e Visco sottolineano come in condizioni di crescita ‘normale’, vicina al 3% nominale, sarebbe infatti sufficiente mantenere il pareggio strutturale del bilancio”. E come la crei una crescita nominale, ovvero crescita reale più inflazione quando il Pil cresce dello zero virgola e siamo in deflazione? Lasciando perdere le leggende metropolitane sui 50 miliardi necessari ogni anno per rispettare i parametri, basterebbe anche una manovra correttiva minima di 10 miliardi per mettere in crisi il bilancio; basta pensare a cosa è accaduto per la sentenza della Consulta sulla riforma Fornero. I giudici sono irragionevoli, ha dichiarato Padoan, mai una volta che questa osservazione sia stata rivolta alla Commissione europea.
L’ostinazione per l’austerity è diventato un vero e proprio ricatto da cui è nato il Fiscal Compact, sostegno teutonico in cambio degli aiuti alla “periferia” colpevole di lassismo. Per non parlare del Mes, un Trattato la cui applicazione darà il colpo di grazia al mercato del lavoro e al welfare europeo.

Dai, disegnaci uno scenario a breve, medio e lungo termine…

No, sarò molto più sintetico, il breve termine ha poca importanza, c’è troppo isterismo politico nel breve termine. Ciò che conta è il medio e lungo termine. Nessuno, ne io, ne te, tantomeno gli economisti sono in grado di prevedere il futuro. Io mi fido più dei messaggi che la storia lascia, dell’analisi empirica. Uno studio uscito qualche anno fa ad opera della McKinsey dal titolo “Debt and deleveraging” , analizzava 45 episodi storici di rientro dal debito accaduti in alcuni settori delle 10 principali economie occidentali e 4 relative ai Paesi emergenti. Il risultato è che in 23 episodi la crisi si risolse con una crescita futura del debito inferiore a quella del Pil, attraverso un calo del debito in termini nominali; in 12 episodi vi fu un aumento nominale della crescita attraverso la creazione di inflazione, la quale riduce il rapporto debito/crescita economica; in 7 episodi la contrazione del debito avvenne ad opera di fallimenti generalizzati pubblici e privati e solo in tre casi l’economia mostrò un livello di crescita in grado di far diminuire il rapporto debito/Pil.
Purtroppo, al momento attuale l’evidenza sembra far propendere tutto verso la terza ipotesi, ovvero la contrazione del debito attraverso fallimenti generalizzati o ristrutturazione del debito. Quando senti che a marzo il debito pubblico italiano ha toccato un nuovo record aumentando di oltre 15 miliardi rispetto a febbraio, ripeto, 15 miliardi, di quale scenario, vogliamo parlare?

Nonostante la Troika stia strangolando l’economia greca intervenendo su pensioni, lavoro, privatizzazioni e varie, e molti scommettono che il prossimo birillo sarà l’Italia, tutti sembrano ancora inseguire le leggende sul debito pubblico (omettendo puntualmente la spesa per gli interessi) utilizzandolo per scardinare sistemi di welfare con riforme discutibili, sottacendo che (parole tue) “la democrazia per quanto malata e stuprata da un manipolo di parassiti travestiti da politici è ostaggio della plutocrazia finanziaria”. E’ anche frutto di disinformazione?

Quale miglior fardello se non quello del debito pubblico è la miglior forma di ricatto nei confronti di una democrazia o della politica. Spesso e volentieri la politica dipende dalle multinazionali per finanziare le sue campagne elettorali e questo la rende vulnerabili alle loro richieste, alle pressioni delle lobbies. Friedman , un economista tra i più insigni rappresentanti del pensiero liberista, osservava che soltanto una crisi reale o percepita può produrre un cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano, è fondamentale sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili …finché il politicamente impossibile diventa il politicamente inevitabile” E’ la “shock economy” bellezza e tu non ci puoi fare nulla, se non esserne consapevole. Quale miglior alleato se non una crisi, per imporre al popolo, spesso e volentieri disinformato e superficiale, ricette che la storia ha già bollato come spazzatura?

Il settore finanziario è riuscito a catturare la politica nel 1981, quando ci fu il divorzio Banca d’Italia-Tesoro: fu allora, nel periodo 1981-1992 che il debito pubblico raddoppiò proprio per via degli interessi che schizzarono . Nino Galloni, economista della Sapienza e già super-tecnico al ministero del bilancio, racconta che quando la Banca d’Italia cessò di fare da “bancomat del governo”, costrinse l’esecutivo ad avvalersi dei titoli di Stato, acquistati dalla finanza internazionale, come fonte primaria di finanziamento pubblico. Concordi?

Quello che è certo è che dal 1981 l’Italia perse la sua sovranità monetaria e la politica monetaria restrittiva aumentò il fabbisogno del Tesoro. Esplose così la crescita del debito pubblico lasciando il Paese in balia del giudizio dei mercati. In sintesi, non fu la spesa pubblica a far esplodere il debito, la quale anzi si stabilizzò, ma la dinamica dell’alto livello dei tassi di interesse necessario a difendere il cambio al momento dell’ingresso nello Sme. La Francia di Mitterrand impose l’euro alla Germania che voleva la riunificazione tedesca. Kohl accettò a una condizione: che venisse sabotato il sistema industriale italiano, cioè il maggior concorrente dell’export di Berlino. Un patto scellerato….
In una intervista del 2002, Kohl disse di aver agito come un dittatore perché era l’unico modo per evitare un’altra guerra in Europa, smentendo il “patto scellerato”, un patto che lasciò più di un dubbio ai francesi. Tralasciando le leggende metropolitane sui trucchi contabili che l’Italia utilizzò per entrare nell’euro, Kohl disse che se non avessero accettato il nostro Paese, la Francia si sarebbe ritirata. In effetti come dichiarò Visco, allora ministro delle Finanze, un’Italia fuori dall’euro, visto il nostro apparato industriale, poteva fare paura a molti, soprattutto Francia e Germania che temevano le nostre esportazioni. A Berlino serviva un euro svalutato e un’Italia debole come ipoteca. Negli stessi anni, dall’altra parte dell’oceano, Martin Feldstein, economista americano, metteva in guardia dalla struttura della moneta unica, l’euro così come è stato concepito, riporterà la guerra in Europa disse, con tanti saluti a gufi e affini.

Metti spesso in evidenza quanto sia fondamentale agire in fretta, imporre un mutamento rapido ed irreversibile. Dicci secondo te con quali step.

Come hai visto nella precedente risposta non sono parole mie, ma se dovessi imporre un mutamento rapido ed irreversibile, non riuscirei a fare una sintesi migliore di quella di Taleb, filosofo e matematico libanese: “A coloro che guidavano uno scuolabus bendati (e l’hanno sfasciato) non dovrebbe essere mai più permesso di guidare un altro scuolabus. L’establishment economico (università, autorità di regolamentazione, funzionari governativi, economisti al servizio di varie organizzazioni) ha perso la propria legittimità a seguito del fallimento del sistema. Sarebbe imprudente e insensato da parte nostra se ci affidassimo alle capacità di questi esperti per uscire da questo caos. Al contrario, bisogna individuare le persone intelligenti e con le mani pulite.” Purtroppo ancora oggi, lo stesso scuolabus riparato dall’illusione monetaria delle banche centrali è giudato dallo stesso establishment economico e politico, stesso motore, stesse traiettorie, far finta di cambiare tutto, per non cambiare nulla. Tutti impegnati a consultare lo smartphone dei loro interessi, mentre guidano, sfrecciando quasi incuranti dell’incredibile iniquità che questa crisi ha lasciato dietro di se, ubriachi fradici, passando da un’inutile summit all’altro. Affinché il male e l’incompetenza prevalgano, è sufficiente che gli onesti, le persone responsabili e competenti non facciano nulla.
Ah dimenticavo, nessun pessimismo o catastrofismo, semplicemente ottimismo ben informato. Un caro saluto ai Vostri lettori.

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