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lunedì 23 novembre 2015

Esportare la democrazia uccidendo in nome di Dio? No, #notinmyname


di Raffaella Vitulano

Giorni complessi. Facciamo surf mediatico leggendo di tutto e il contrario di tutto. Cominciamo a ragionare solo dopo un’accurata selezione di dati ed analisi. E comunque, diciamolo, resta alla fine la sconfitta considerazione del non aver avvertito lo stesso dolore per quel che ogni giorno, da anni, accade in Medioriente o altrove nel mondo. Piuttosto, la soglia di trasformazione di un sentimento emotivo in pensiero politico è data dal dubbio: guerra o terrorismo? E cui prodest? Chi ne trae vantaggio? Finora non è stata ancora individuata una strategia unitaria di contrasto forse perché gli interessi nazionali non lo sono affatto. Bisognerebbe acquisire la certezza di sponsorizzazioni e/o finanziamento di Stati esteri per metterli di fronte alle loro responsabilità. E comunque non basterebbe. Tuttavia, come ha fatto l’Isis - che fino al 2012 contava solamente mille unità - a diventare in breve l’organizzazione terrorista più ricca e potente del mondo, con un patrimonio che supera i 2 miliardi di dollari? Se pensiamo che la somma dei patrimoni di: Talebani (560mln), Farc (350mln), Al Shabaab (100mln) e Hamas (70mln) non raggiunge la ricchezza dell’Isis, ci rendiamo conto che qualcosa non va.
Andiamo oltre. Stefano Fugazzi, giornalista e consulente finanziario di Borsa, ha verificato il nervosismo e le oscillazioni dell’indice VIX - quello della paura - nelle fasi precedenti a tutti i maggiori eventi terroristici della storia recente: quando è alto tutti vendono, quando è basso tutti comprano. Quello che ha scoperto è impressionante. L’indice della paura si è impennato del 9,31% venerdì 13 novembre, senza alcun motivo apparente. Non solo, il VIX ha manifestato un rialzo del 40% nei 5 giorni precedenti all’attentato di Parigi, così come prima dell’11 settembre 2001, l’11 marzo 2004 (metropolitana di Madrid), il 7 luglio 2005 (metropolitana di Londra), o il 7 gennaio 2015 (Charlie Hebdo) . Ovviamente, il ricercatore ne ha concluso che si tratta di un caso. Ma in molti sussurrano che le Borse fossero allertate. Dubbi, 
Quel che è certo però è che l'escalation della guerra in Siria subito dopo gli attentati di Parigi ha un primo grande vincitore: l'industria bellica. Ma, diciamolo, non potrebbe essere diversamente. I dieci maggiori produttori di armi a livello globale hanno guadagnato 12.925 milioni di euro sul mercato azionario. La classifica aggiornata da José M. Del Puerto su El boletino rileva come l'incremento maggiore sia dell'italiana Finmeccanica - al nono posto mondiale per produzione di armi al mondo - che ha registrato in borsa un incremento dell'8,2% nei primi cinque giorni successivi agli attentati. Lockheed Martin (+3,78%); Boeing (+3,55%); US Raytheon, produttore del noto Tomahawk, con plusvalenze di 1.684 milioni di euro. Tra i dieci giganti, anche tre europei: il consorzio Airbus, l’inglese Bae Systems e la francese Thales. Spiegazione intuitiva: i grandi fondi d'investimento credono che la guerra abbia generato un ambiente che preveda un aumento delle vendite nel medio termine. 
Tra chi ci guadagna, poi, decolla anche il settore delle droghe. Qualcuno in Arabia Saudita e tra i simpatizzanti wahhabita salafiti sta fornendo oltre ad ideologia, denaro ed armi a Isis, anche farmaci per rendere ancora più efficienti macchine i guerrieri in Medio Oriente e in Europa. Prima su tutte, l’anfetamina chiamata Captagon . Ed è solo la più nota. I siti specializzati in difesa non spingono affatto per l’azione militare. Suggeriscono piuttosto l’interazione del binomio Intelligence/Forze di Polizia, non solo a livello nazionale ma anche in sede comunitaria ed internazionale, dotandolo di strumenti adeguati per contrastare ed individuare le cellule operative portatrici di morte. Gli elementi fondanti del terrorismo, oltre al leader ed agli adepti profondamente motivati, sono anche e soprattutto finanziamenti, armi, documenti di riconoscimento, addestramento e Stati sponsor. 
L'ex segretario alla Difesa, Chuck Hagel, taglia corto: gli Stati Uniti d'America devono concentrarsi su come sconfiggere i terroristi dell'Isis e non rovesciare il presidente siriano. A Washington il dibattito è infuocato. Già il mese scorso la deputata del Congresso nord-americano ed ex militare, l’hawaiana democratica Tulsi Gabbard, aveva detto definito alla Cnn ”controproducente” e ”illegale”lo sforzo di Washington di destituire Assad , accusando poi la Cia di armare quegli stessi terroristi che la Casa Bianca usava definire "nemici giurati". Gabbard aveva detto al pubblico americano che il governo stava per far iniziare la "terza guerra mondiale". Parole che a Washington risuonano forti e che il circo mediatico dei "jesuischarlie" e dei "jesuisparis" dell'etere omettono sempre nella loro narrativa. Dopo l’11 settembre George W. Bush si rivolse all’Altissimo per chiedere la benedizione della sua crociata in Medio Oriente contro “l’asse del Male”. Esportare la democrazia in nome di Dio? Anche in questo caso #notinmyname

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