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venerdì 24 giugno 2016

Niente Europa, siamo inglesi. La democrazia fa opting out

di Raffaella Vitulano

Li ricordo bene, quegli anni. Si discuteva della necessità di una scelta tra approfondimento e ampliamento della embrionale Unione europea. Sarebbe stato saggio - e non lo dico perché lo sostenevo già allora - andare cauti con i confini di una costruzione già fragile, ma storicamente ed eccezionalmente unica in un panorama mondiale. C’era ancora la possibilità di analizzarne le criticità, in modo da evitare che la solidità delle buone e lodevoli intenzioni venisse sostituita dall’argilla di pressapochiste e ”radical-tilt” élites, crogiolate da sogni di gloria e poco inclini ad ascoltare i popoli europei. All’atto del Trattato di Maastricht, l’allora presidente della Commissione europea Jacques Delors produsse un documento (peraltro redatto con la spinta di un italiano, Carlo Savoini), in cui sosteneva che la firma dell’accordo avrebbe prodotto una crescita nell’ordine del 4-6% in termini reali (corrispondente a una crescita dell’occupazione di circa il 2%). Erano anni di grande ingegno, in cui la politica sociale veniva considerata giusto contrappeso di quella economica. Lo stesso Savoini - di scuola sindacale e che al coordinamento delle politiche economiche dei Trattati attribuiva grandissimo ruolo - non esitò in un’intervista a ribadire che ”il sindacato non deve mai accontentarsi di combattere sui terreno del sociale e trascurare la strategia economica che condiziona il sociale”. Il dialogo sociale di Delors - raccontava Savoini - presentava una novità fondamentale rispetto al dialogo tra le sole istituzioni e le parti sociali. Delors ebbe l'intuizione di aggiungere al dialogo un’altra dimensione: quella di dialogo tra le parti sociali che anticipasse l’Europa contrattuale, la politica contrattuale tra le parti sociali: ”L’Europa delle parti sociali non può essere se non contrattazione tra le parti, per la regolamentazione delle condizioni di vita e di lavoro: la democrazia economica e sociale esige la contrattazione. Delors scopre quel ruolo autonomo delle parti sociali che solo la cultura di uomo nato come intellettuale del sindacato poteva concepire”. Gli sforzi di tessitura sociale del segretario generale della Ces, Emilio Gabaglio, poi, faranno il resto per arrivare negli anni ad un Accordo, il 31 ottobre 1991, che precede formalmente il Protocollo sociale ancora oggi sulla carta nel Trattato di Amsterdam. Certo, ci fu già il solito opting out britannico di John Major, l’autoesclusione di Londra e dintorni dalle politiche sociali, ma il tema venne quantomeno preso in considerazione a livello europeo. Mai come oggi tanta distanza, insomma, ci fu tra Bruxelles e i cittadini europei. Mai fu più assente la democrazia. La caduta del reddito e dell’occupazione, lo smarrimento della Terza Via politica annegata nei listini di borsa, il passaggio dalla tutela sociale a quella dei mercati, la sconcertante cancellazione di valori come la giustizia sociale devono attribuire un significato di portata epocale alla scelta britannica di oggi, discutibile ma legittima. Le responsabilità dello strappo vanno cercate altrove, non in quella democrazia diretta che alcuni addirittura ormai chiamano ”circonvenzione d’incapace” degli elettori. Se é vero infatti che democrazia è delega delle scelte e delle decisioni del popolo ai suoi rappresentanti, il politologo italiano Giovanni Sartori ricorda che democrazia significa anche diritto del popolo a fare scelte sbagliate, purché se ne assuma le responsabilità. Per Sartori i possibili errori non possono essere evitati se il popolo cede alle élite il diritto di scegliere per se stesso, anche perché esse deciderebbero sulla base degli interessi che rappresentano. Rispetto a trent’anni fa, il processo di integrazione (o meglio di disintegrazione) oggi avviene invece tramite un processo caratterizzato da un persistente ”deficit democratico”, che ha condotto ad ignorare o ad aggirare la volontà dei popoli, ogni volta che si è opposta ai loro disegni. Pensiamo solo a quando la Troika costrinse Atene a rinnegare l’esito schiacciante di un referendum. Un rapporto della Banca di Grecia ci informa che il sistema sanitario ellenico è al collasso. Sono tasselli che, banalmente liquidati come populisti, incidono eccome sulla percezione della gente, e che proprio gli europeisti non dovrebbero sottovalutare. Le responsabilità della Brexit e dell’instabilità sociale stanno piuttosto oggi nell’arroganza del duo Merkel-Schauble e in quella di quanti si ostinano a non ascoltare il profondo disagio di quanti invece un tempo venivano considerati a Bruxelles soggetti di diritti, prima che di doveri. Altro che Europa equa e solidale. Basterà ora l’accelerazione tanto invocata verso gli Stati Uniti d’Europa a frenare le mire di Berlino? Una ricerca di cui dà conto Der Spiegel, basata su un’indagine a campione che segue da anni i cambiamenti nell’elettorato medio tedesco, sottolinea il potenziale eversivo presente nella società tedesca: il dodici per cento pensa che la Germania sia naturalmente superiore agli altri popoli; un quarto della generazione sotto i trent’anni è ostile agli stranieri; un cittadino su dieci si augura l’avvento di un Führer che governi con il pugno di ferro. Urge un contrappeso democratico ai piani egemoni a guida tedesca, con interventi anche anticiclici e pro sviluppo. Negare la rilevanza del messaggio inviato dagli inglesi o i messaggi delle piazze di Parigi, come hanno finora fatto le autorità di Bruxelles e di Francoforte, condurrà solo alla catastrofe.

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