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venerdì 13 ottobre 2017

Fiscal compact: e chi ne parla più?

di Raffaella Vitulano

Fiscal compact: e chi ne parla più? A fine anno, cinque anni dopo la sua approvazione, il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria potrebbe essere inserito nell’ordinamento giuridico europeo, divenendo giuridicamente superiore alla legislazione nazionale e rendendo irreversibili le politiche liberiste d’austerità. Un fatto epocale, che toccherà la vita e le sorti di milioni di persone. Eppure, pochi sono gli approfondimenti dedicati, a dispetto di altre beghe di cui si parla e scrive in abbondanza. Approvato nel marzo 2012 da 25 dei 28 Stati membri dell’Ue, il Fiscal Compact si colloca nel solco di una serie di trattati e regolamenti che hanno impresso una svolta monetarista all’Unione. E se dovesse essere confermato, il Fiscal compact prevederà per il nostro Paese l’obbligo nei prossimi 20 anni del rientro del rapporto debito-Pil dall’attuale 132% al 60%, con un taglio annuale della spesa pubblica stimato in 50 miliardi. A questo d’altronde mira l’inserimento del “pareggio di bilancio” in Costituzione previsto dal Fiscal Compact ed approvato dal Parlamento italiano sempre nel 2012. Il presidente della Commissione Economia del parlamento europeo, Roberto Gualtieri, lo sostiene senza mezzi termini: il Fiscal Compact è un trattato sbagliato due volte: nella forma, perché intergovernativo; e nel contenuto, perché esprime una visione economica antiquata che contraddice la necessità di politiche anticicliche e non riconosce la funzione fondamentale degli investimenti pubblici. Eppure da 25 anni il bilancio dello Stato italiano, nonostante tutto, chiude con un avanzo primario di parecchi miliardi di euro, risucchiati dal pagamento degli interessi sul debito. E peggio del Fiscal Compact è il patto di stabilità e crescita del 1997 (che giuridicamente prevale sul fiscal compact e che ha lasciato per strada la crescita), per migliorare il quale si potrebbe inserire la golden rule per gli investimenti e il concetto di posizione fiscale aggregata dell'eurozona. Ma la polpetta avvelenata a Bruxelles l’ha lasciata due giorni fa Wolfgang Schaeuble, prima di congedarsi dall’Eurogruppo, consegnandoci un documento in cui si propone di trasformare l’attuale Fondo salva Stati (Mes) in un super-controllore (del tutto spoliticizzato) dei bilanci nazionali, una sorta di Fmi europeo. Alla richiesta di aiuto da parte di uno Stato (come è stato per Grecia, Portogallo e Irlanda) corrisponderebbe poi il fallimento automatico dello stesso. Obiettivo di Schaeuble era contrastare la proposta francese di Emmanuel Macron di istituire un bilancio comune e un ministro delle Finanze unico nell’Eurozona. In questo senso hanno vinto i tedeschi: l’assicurazione europea dei depositi non si farà. E così si dà l’addio al completamento dell’Unione bancaria. In arrivo nuovi esami per le banche e forse il bail-in per i titoli pubblici. L’Fme, in sostanza, sarà guardiano del Fiscal Compact e dotato del potere di imporre perdite ai detentori di titoli pubblici di un paese, qualora questo chiedesse la sua assistenza finanziaria: una sorta di bail-in applicato al debito pubblico. Chi cerca alternative trova quella di un intervento della Bce: l’istituto di Francoforte dovrebbe acquistare senza interessi titoli di debito a scadenza dei Paesi dell’Eurozona e convertirli in titoli irredimibili (di cui non si chiede più il rimborso). Qualora per questi acquisti, come prevedono alcune proposte in campo, la Bce emetta a sua volta obbligazioni, le sue perdite (interessi) sarebbero compensate dalla rinuncia da parte degli Stati agli utili derivanti dalle attività - titoli, valuta estera, prestiti alle banche commerciali - possedute in contropartita alle banconote in circolazione dalla banche centrali nazionali. Comunque vada, una tenaglia. Eppure il livello del deficit pubblico dovrebbe essere considerato come legittimo non in base a una regola quantitativa immutabile fissata in anticipo, ma perché permette di raggiungere un livello di domanda soddisfacente determinando un livello di produzione che non causi disoccupazione di massa, né aumento di inflazione. E non vi è alcuna garanzia che il saldo di bilancio desiderato garantisca l’equilibrio. Insomma: nessun debito condiviso, nessuna assicurazione per un reddito di solidarietà europeo, nessun bilancio comune, ma solo una nuova stretta occhiuta sui conti pubblici e la pericolosa trasformazione del Mes in Fondo monetario europeo, che aiuterà solo chi apre le porte di casa e del governo alla Troika. Uno scenario inquietante, soprattutto per l’Italia.

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