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lunedì 19 marzo 2018

La logica al ribasso delle multinazionali

 di Raffaella Vitulano

Nel mondo circolerebbe oggi un ammontare di ricchezza “fuffa” (derivati , titoli marci e varie) pari a circa 54 volte il valore del pil reale mondiale: un’enorme balla di spazzatura virtuale che rischia di esplodere se non verrà ripulita da un serio accordo tra Stati. Il rischio dietro l’angolo di tale avidità è sempre la guerra su larga scala, che la tecnologia militare di oggi condurrebbe senza dubbio alla distruzione del pianeta. Ieri sulle cronache internazionali campeggiavano le elezioni russe, che come il rebus di quelle italiane  vanno inquadrate nel contesto internazionale, dato che ormai i fili della gestione  politica sono sovranazionali. La riflessione italiana sull’inadeguatezza dei salari evidenzia il focus che la globalizzazione, al di là della retorica del “mondo senza frontiere”, è un formidabile stratagemma per la mercificazione dei lavoratori e per le privatizzazioni promosso dal Fondo Monetario Internazionale (che, come afferma il Nobel dell’Economia Stiglitz, è praticamente controllato dalla finanza internazionale). Nella creazione dei profitti, il lavoratore (come fosse merce) finisce per inseguire i capitali, i cui detentori assumeranno presto solo i nativi digitali per poi precarizzarli. E’ la logica della competizione al ribasso tra Stati e multinazionali. Grattando sotto la cornice del libero mercato, che pure anni fa aveva un’accezione diffusamente positiva, si svela la legge darwiniana del più forte su cui si misurano Stati e aziende. A vincerla, negli ultimi anni, sono ormai le seconde. Aprirsi al libero mercato senza tutele di qualità ha comportato nel complesso risparmi minimi per i consumatori, danni per i lavoratori, e profitti immensi per le multinazionali, grazie alla grande libertà di movimento dei capitali. Ricordo quando su queste pagine riflettevamo sull’entrata della Cina nella Wto: bene, in pochi anni i profitti delle multinazionali statunitensi (e non solo) sono quadruplicati. Le multinazionali dettano legge su occupazione, tasse, ambiente, valute, per abbassare drasticamente i propri costi (e la qualità dei prodotti ) lasciando ai consumatori qualche briciola di risparmio su merci spesso scadenti. Senza contare che le spese di importazione (dagli Usa, soprattutto) in Europa sono altissime. Poi ci sono le sanzioni, e qui pensiamo alla Russia, che secondo il politologo Paul Craig Roberts sarebbe troppo pusillanime verso l’aggressiva politica statunitense: nella velleità di essere riconosciuta come parte dell’Occidente, la Russia lascerebbe sempre uno spiraglio aperto agli Usa sperando di ingraziarseli, mentre di fatto concede a Washington un altro giro per prevalere nel conflitto che Washington ha iniziato. Siria, Ucraina, caso Skripal: l’escalation della propaganda starebbe sfiorando una guerra nucleare. Ma chi può credere che lo scaltro Putin, uscito vittorioso per la quarta volta dalle elezioni, non ne abbia contezza? La realtà sarebbe ben più pragmatica, e la guerra alla Russia, sebbene minacciata in ogni occasione, verrebbe in second’ordine rispetto agli interessi finanziari degli investitori su Mosca, rilassati sulla performance dei titoli di Stato russi a 11 anni e a 29 anni di scadenza. Questo significa che i giganti globali sanno direttamente dalle stanze del potere politico che conta che, alla fin fine, quel Putin lì che vende titoli solidi è intoccabile. Alla stessa ora, su differenti time-zones, sarebbero partiti identici ordini da colossi della finanza speculativa per un totale di 6.8 miliardi di dollari. La Russia starebbe insomma in una botte di ferro, per questo ci investono miliardi. Please welcome, Russia & Vladimir Putin. Per non parlare del fatto che Mosca sta anche sviluppando una valuta digitale nazionale, il criptorublo. Lo scorso 20 febbraio, anche il Venezuela ha avviato l’emissione della valuta digitale El Petro. Secondo alcune fonti sarebbe stata proprio la compagnia russa Aerotrading, specializzata in problemi relativi alla blockchain, ad occuparsi dello studio del progetto di El Petro. E a seguire confronti per il lancio di valute digitali in Turchia e in Iran. Interessi finanziari quindi frenerebbero gli ardori di chi punta alla guerra con Mosca. Tutto un gioco delle parti tra economia virtuale (70%) e quella reale (30%). Il giornalista americano Glenn Greenwald taglia corto: “Se l’ingerenza delle elezioni russe è al livello degli attacchi di Pearl Harbor e dell’11 settembre, allora la risposta americana dovrebbe essere alla pari con la sua risposta a quegli attacchi?”. In altre parole, molti politici e media statunitensi invitano a riservare alla Russia lo stesso trattamento che gli Stati Uniti hanno riservato a Giappone (Hiroshima e Nagasaki) ed Afghanistan (invasione più 16 anni di occupazione). Ma oltre l’apparenza ci sarebbero molti più interessi tra Usa e Russia di quanto si voglia far credere. Lo proverebbe proprio il fatto che gli inglesi per qualche ragione siano più desiderosi degli alleati di far guerra a Mosca e stiano facendo del proprio meglio per fermare il riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia. Per ora e per fortuna, senza esito.

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