L’influenza del Dragone nella logica strategica tra Usa e Ue


Ricostruzione invece di rottura: l’articolo di Ryan Perkins, pubblicato sulla piattaforma cinese China Economic Indicator, traccia un quadro delle relazioni transatlantiche che si discosta significativamente dalle comuni interpretazioni occidentali, interpretando il ruolo della Germania nel sistema di potere transatlantico. Invece di un strisciante “processo di divorzio” tra Stati Uniti ed Europa, l’autore diagnostica un deliberato riallineamento all’inter no di un sistema di potere e finanziario ancora strettamente interconnesso sotto la guida degli Stati Uniti. Altro che allontanamento di Trump. Piuttosto, un riequilibrio di rapporti. Questa prospettiva, di per sé, rende il testo straordinario: proviene da una fonte cinese e riflette quindi interessi e approcci analitici che vanno oltre il mainstream euro-atlantico. L’Euro pa viene ripensata per dare più spazio all’America nell’area Asia-Pacifico e la deindustrializzazione della Germania è la chiave. “L’idea che Stati Uniti ed Europa stiano andando verso un divorzio strategico - scrive l’autore - è politicamente ed emotivamente seducente. Le controversie commerciali, i sussidi industriali, la condivisione degli oneri della difesa e la retorica dell’autonomia strategica europea vengono presentati come prova del disfacimento dell’ordine atlantico. Ciò consente alle élite su entrambe le sponde dell’Atlantico di abbandonarsi, per sé stesse e per i propri elettori, a fantasie di agenzia politica. Ma è sbagliato. Non ci sarà alcun divorzio transatlantico, non perché abbiano riacceso un amore perduto, ma perché la separazione è strutturalmente impossibile. Gli Stati Uniti e l’Europa non sono legati da sentimenti o valori condivisi. Sono legati dal capitale, e un capitale di queste dimensioni non può disimpegnarsi. Al centro di questa relazione c’è un fatto quasi completamente ignorato dai commenti dei media: circa 7 mila miliardi di dollari di investimenti diretti reciproci tra Stati Uniti ed Europa. Non si tratta di scambi commerciali che possono essere deviati o di capitali di portafoglio che possono essere ritirati. Si tratta di fabbriche, catene di fornitura della difesa, banche, assicuratori, proprietà intellettuale e controllo aziendale a lungo termine radicati nei sistemi legali e politici nazionali su entrambe le sponde dell’Atlan tico”. Un matrimonio d’inte resse, dunque. Un sistema costruito su questo fondamento fondamentale del capitale non si sgretola. Si riorganizza. Ciò a cui stiamo assistendo oggi non è un crollo dell’ordine atlantico, ma ad una minuziosa ricalibrazione interna di un impero finanziario incentrato sugli Stati Uniti, pur se con mezzi a volte violenti e incomprensibili. Le controversie sulla politica industriale e sulla spesa per la difesa sono discussioni sull’allocazio ne dei costi e sulla divisione del lavoro, non su strategie di fuga. È così che si comportano gli imperi finanziari, e gli imperi finanziari non si liquidano. Reagiscono e si riorganizzano. Washington considera l’Asia-Pacifico il teatro decisivo nella battaglia per mantenere il primato nel XXI secolo, proprio perché la Cina è l’unica potenza in grado di sfidare il primato tecnologico, industriale e militare degli Stati Uniti. Questa valutazione ha un’implicazione inevitabile: gli Stati Uniti devono liberare risorse dall’Europa senza permettere che l’ordine di sicurezza europeo crolli. In altre parole, l’Europa deve diventare un pilastro della Nato sufficientemente affidabile da consentire agli Stati Uniti di schierare le proprie forze altrove. Ciò non richiede l’indipendenza europea, anzi la preclude.Richiede la capacità europea – fiscale, industriale e istituzionale – di gestire il proprio teatro, pur rimanendo pienamente integrata nel sistema atlantico”. Capito come ci vedono i cinesi? L’Europa sta riscrivendo silenziosamente il suo sistema operativo economico ma ci vuole tempo, forse troppo per stare al passo con gli eventi. E in questo quadro, la Germania gioca un nuovoruolo. “Il declino industriale della Germania non è un incidente causato dauna cattiva politica energetica. È la riorganizzazione strategica di uno stato centrale all’interno di un impero finanziario. La chiusura delle centrali nucleari e la dipendenza dal gas russo non sono stati errori, ma la gestione di un modello di esportazione obsoleto e incompatibile con un’Eurozona unificata. La vera funzione della Germania si è spostata dalla produzione di beni alla gestione del denaro, da egemone industriale ad àncora finanziaria. Questa finanziarizzazione non è un segno di indipendenza europea, ma di una più profonda integrazione in un sistema guidato dagli Stati Uniti. Man mano che la Germania abbandona il freno al debito e accetta il debito congiunto dell’Ue, si trasforma in un garante fiscale per la stabilità continentale affinché la potenza americana possa concentrare la propria attenzione e le proprie risorse sulla sfida decisiva nell’area Asia-Pacifico. La deindustrializzazione della Germania è il prezzo da pagare per diventare un pilastro affidabile di una struttura imperiale”. Nelle sue relazioni con gli Stati Uniti, l’Europa sceglie il compromesso, ricorrendo persino all’appeasement. Nella guerra commerciale, l’Europa si è praticamente arresa senza combattere, il che potrebbe aver aperto la strada agli Stati Uniti per mettere apertamente gli occhi su un pezzo di territorio europeo. “Chi sono i nostri nemici? Chi sono i nostri amici? Questa è una domanda di primaria importanza per la rivoluzione” è un detto cinese. Nelle relazioni internazionali non ci sono amici o nemici permanenti, l’Europa deve quindi affrontare questa situazione con un realismo lucido. Per Pechino, l’U craina si trova al centro di questo nuovo accordo. “Il compito dell’Europa non è quello di sostituire la potenza militare statunitense, ma di sostenere l’Ucraina nel tempo e mantenere la possibilità di intensificare o riaccendere un conflitto congelato quando geopoliticamente opportuno, senza costringere gli Stati Uniti a riaffermare ingenti forze sul continente. Ciò richiede denaro, logistica e capacità produttiva, non autonomia retorica. La nuova architettura finanziaria europea è concepita proprio per questo. Il riarmo dell’Europa, tuttavia, non implica l’indipen denza nella difesa. Tutt’al tro”. Gli accordi transatlantici di riequilibrio commerciale e di sicurezza di luglio impegnano di fatto l’Europa a circa 600 miliardi di dollari in appalti per la difesa negli Stati Uniti nel prossimo decennio, vincolando direttamente l’espansione militare europea alla capacità industriale americana. Viene spacciato per il prezzo da pagare per velocità, scalabilità e interoperabilità, ma lega inesorabilmente l’Europa alla catena di comando statunitense e garantisce che Wall Street, come sempre, ne tragga vantaggio”.

Ciò che sta emergendo dunque non è un’Europa sovrana, ma un’Europa funzionale, organizzata secondo linee riconoscibilmente imperiali. La Francia garantisce discrezionalità politica e credibilità militare. La Germania garantisce la solidità del bilancio, mentre il suo modello industriale orientato all’export si erode e la spesa in deficit diventa inevitabile. L’Europa meridionale funge da pozzo di domanda e zona di trasmissione fiscale. L’Europa orientale diventa il laboratorio industriale, ospitando la produzione di armi su licenza, la produzione ad alta intensità energetica e una logistica avanzata strettamente legata ai sistemi Nato. Questa non è convergenza. È differenziazione. Il discorso sull’au tonomia strategica, infine, persiste perché svolge un’utile funzione politica e permette ai leader europei di giustificare l’espansione fiscale, la spesa militare e la centralizzazione istituzionale senza riconoscere che questi cambiamenti legano l’Europa più strettamente al sistema atlantico, anziché allentarne i legami.

Un dramma di realismo magico si sta svolgendo sul continente europeo” scrive un editoriale di Global Times, quotidiano cinese online. “L’Ue considera la Cina una rivale, le imprese cinesi partecipano diligentemente alla costruzione di infrastrutture e favoriscono lo sviluppo futuro dell'Europa, ma solo per scontrarsi con la fredda freccia del disinvestimento forzato. Nel frattempo, l’Ue considera gli Stati Uniti un alleato e quando questi ultimi lanciano minacce territoriali sulla Groenlandia o applicano tariffe estorsive contro l'Europa, il risultato è una sottomessa connivenza di tolleranza. Questo non è solo un abuso di doppi standard, ma mette anche a nudo la fiacca strategia dell’Eu ropa di fronte alla coercizione egemonica. Ciò che i politici europei chiamano de-risk si è trasformato in de-sviluppo. Per assecondare la paranoia politica di un alleato oltreoceano, sacrificano non solo il diritto dei propri cittadini a godere di tecnologie avanzate, ma frenano anche la propria modernizzazione. L’Europa si inchina agli Stati Uniti a ogni piè sospinto, anche a scapito dei propri interessi, eppure non ottiene né rispetto né reciprocità da parte degli Stati Uniti, ma solo un crescente disprezzo e sfruttamento”.

Che si condivida o meno questa analisi, il suo valore risiede nel fatto che è formulata da una prospettiva cinese. Mostra come la trasformazione economica e politica dell’Europa venga interpretata al di fuori dell'Occidente: non come un’emancipazione dagli Stati Uniti, ma come un adattamento di un’arena chiave nella competizione globale tra Washington e Pechino. E la Cina non ci sta. “La storia - prosegue il Global Times - ha ripetutamente dimostrato che politicizzare le questioni economiche e commerciali non solo non ostacolerà lo sviluppo della Cina, ma condurrà anche l’Europa su un sentiero ancora più stretto, portandola infine a un vicolo cieco di isolamento e dipendenza. La Cina ha sempre considerato l’Europa una forza indispensabile in un mondo multipolare e la sostiene sinceramente nel perseguimento dell'autonomia strategica. Tuttavia, una vera autonomia richiede un giudizio indipendente”. “L’Europa ha davvero bisogno di svegliarsi: continuare a impantanarsi nel pantano dei doppi standard non farà altro che esaurire la sua stessa vitalità; solo tornando alla razionalità e al pragmatismo potrà prendere veramente in mano il suo destino”.

Raffaella Vitulano


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