L’insostenibile leggerezza dell’uso della forza ad ogni costo

 

Ballando sui ponti dei vascelli fantasma ad Hormuz. È tutto così aleatorio e al tempo stesso spaventosamente chiaro quanto sta accadendo. Esistono serie discrepanze tra quanto dichiarano l’Iran e gli Stati Uniti, mentre lo stretto di Hormuz non sarebbe mai stato del tutto chiuso: i Lloyd’s di Londra e le compagnie assicurative marittime hanno sospeso le coperture per il rischio guerra (war risk) nel Golfo Persico a inizio marzo 2026. Questo ha reso impossibile per molti armatori operare nel tratto di mare, indipendentemente dalla volontà iraniana di chiuderlo o meno. Alcune navi, in particolare quelle legate alla Cina e all’Iran, hanno continuato a viaggiare, spesso disattivando i sistemi di tracciamento o operando fuori dai circuiti assicurativi standard. In sintesi, la narrazione finanziaria è parzialmente corretta: la chiusura non è stata un muro invalicabile, ma piuttosto una sospensione indotta dal mercato assicurativo in risposta alle minacce militari iraniane e all’escalation in corso, che ha reso il passaggio un rischio inaccettabile per la gran parte delle compagnie marittime. Segui il denaro, sempre. “Il denaro gioca un ruolo fondamentale. È un elemento chiave per qualsiasi compromesso dal punto di vista dell’Iran”, ha dichiarato a Middle East Eye Alex Vatanka, ricercatore senior ed esperto di Iran presso il Middle East Institute di Washington, DC. Alcuni funzionari statunitensi e arabi hanno dichiarato a Mee che la riluttanza di Trump ad allentare i cordoni della borsa è la vera ragione per cui i colloqui tra le due parti sono in una fase di stallo e potenzialmente destinati al fallimento. La questione nucleare e quella del petrolio non rappresentano dunque il principale punto di disaccordo, stando a quanto affermano alcuni addetti ai lavori. Per Trump la questione più difficile da risolvere è la revoca delle sanzioni. Non è difficile capirne il motivo. Trump ha costruito la sua politica nei confronti dell’Iran nell’arco di un decennio, conducendo una guerra economica contro il Paese e sfruttando il potere del sistema finanziario statunitense. Guardando al quadro generale, qualsiasi guadagno derivante dalle vendite di petrolio deve ora però essere rapportato ai circa 300 miliardi di dollari di danni economici causati dai raid aerei israeliani e statunitensi contro la Repubblica islamica. Se pensate che la guerra sia finita, ripensateci. La palla è nel campo dell’Occidente. L’Iran continuerà a consentire alle navi, caso per caso, di entrare e uscire dal Golfo Persico dietro pagamento di un pedaggio, dividendo questo denaro con l’Oman.

Se l’Iran chiede un milione di dollari - pagabili in yuan cinesi o criptovalute - guadagnerà circa 96 miliardi di dollari all’an no. Vi sembra una vittoria, e se sì, di chi? Israele ormai dubita di Washington; è fuori di sé per questa situazione. Non sottovalutiamo la volontà di Tel Aviv di continuare la guerra anche a caro prezzo. I sobborghi meridionali di Beirut, noti colloquialmente come Dahieh, sono stati pesantemente presi di mira. Questo è significativo perché è proprio in quest’area residenziale che l’esercito israeliano ha applicato per la prima volta la “Dottrina Dahieh” vent’anni fa. La dottrina Dahieh - spiega Middle East Eye coniata dagli scrittori militari Harlan K. Ullman e James P. Wade nel 1996, sostiene l’uso di una forza sproporzionata contro i civili e le infrastrutture civili nelle aree in cui si presume operino gruppi armati. L’obiettivo è infliggere sofferenze alla popolazione civile al fine di creare malcontento popolare contro il gruppo che ha scatenato l’attacco, che si tratti di Hezbollah in Libano o di Hamas aGaza, e quindi scoraggiare futuri attacchi contro Israele. Alcuni, comel’economista statunitense Paul Krugman che lo scrisse nel 2006, hanno suggerito che la dottrina sia stata ispirata dalla strategia “shock and awe” utilizzata durante l’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti nel 2003. Tuttavia, prendere di mira i civili e le infrastrutture civili resta espressamente vietato come crimine di guerra ai sensi dei trattati fondamentali del dirittointernazionale. Hamid Dabashi, professore di studi iraniani alla Columbia University, dice senza giri di parole: “Non fatevi ingannare: questa guerra non è solo tra Stati Uniti e Iran, ma tra Israele e America. Questa è una guerra israeliana contro l’Iran e gli Stati Uniti contemporaneamente Sebbene la maggior parte degli americani si opponga a questa guerra, la stragrande maggioranza degli israeliani la sostiene. In sostanza, si tratta di una guerra israeliana, non di una guerra israelo- americana. Fate attenzione e monitorate come il New York Times e testate simili stiano fuorviando gli americani concentrando le critiche contro la guerra sul presidente statunitense Donald Trump, anziché sui veri colpevoli: Israele e il primo ministro Benjamin Netanyahu. Sono stati loro a iniziare questa guerra, non Trump, e certamente non gli americani. La guerra israeliana contro l’I ran coincide con la guerra condotta dai gruppi di pressione filo- israeliani contro i profondi cambiamenti nella politica americana, in un contesto di radicale allontanamento dal sionismo”. Israele ha perso consensi anche sul fronte americano, come dimostrano sondaggio dopo sondaggio e protesta dopo protesta, a testimonianza del profondo odio che gli americani nutrono verso Israele per ciò che ha fatto al loro Paese. Oggi i candidati politici evitano qualsiasi associazione con Israele come se fosse la peste. L’analista Alastair Crooke su Unz spiega come per Washington sia complesso rivendicare la vittoria pur ammettendo la sconfitta: non esiste un modo semplice per aprire Hormuz. Trump ora si rende conto che la guerra forse è persa, ma non è finita. Potrebbe durare ancora a lungo. Bloomberg spiega che “tutta l’attenzio ne dei media si è concentrata di recente sul movimento delle truppe statunitensi nella regione e sui loro possibili impieghi, come se questo, di per sé, potesse decidere qualcosa. Eppure, in realtà, il vero problema è lo sviluppo e l’impiego da parte degli iraniani di un nuovo concetto di guerra, basato non sull’esibizione muscolare ma su missili, droni e preparativi difensivi, e l’incapacità dell'Occidente, con la sua mentalità incentrata sulle piattaforme, di comprendere ed elaborare questi sviluppi ovvero, di assimilare pienamente la strategia alla base della guerra asimmetrica”. E’ così che Teheran ha deciso di rendere la struttura militare il meno visibile possibile dall’alto: i missili interrati in profondità potevano effettivamente diventare l’aeronauti ca militare dell’Iran, ovvero un sostituto di un’aviazione convenzionale, dividendone l’in frastruttura in comandi provinciali autonomi, decentralizzando i centri di comando, ognuno con proprie scorte di munizioni, silos missilistici separati e, ove opportuno, proprie forze navali e milizie: “L’Iran - continua Crooke - ha schierato di fronte a Trump non magnati immobiliari di Manhattan o di gangster di Atlantic City, bensì persiani, membri di una cultura millenaria, che hanno una concezione diversa del tempo e del significato della vittoria”. Il punto è proprio questo: il contrattacco strategico iraniano non è stato concepito per giungere a un compromesso negoziato, bensì per creare le condizioni necessarie a sfuggire alla gabbia imposta dall’Occidente, fatta di sanzioni, blocchi, isolamento e assedi senza fine. È a questo che punta Trump? Isolare Israele creando per gli Usa un rapporto privilegiato con alcuni paesi Brics in modo da contenere il vero nemico, la Cina? La rimozione delle sanzioni iraniane, il contenimento degli attacchi del giugno 2015 nel deserto iraniano, i suoi depistaggi contro i disinformatori che si appellano al 25º emendamento per deporlo, la decisione storica di porre fine al lungo embargo economico iniziato ai tempi della amministrazione del democratico Bill Clinton, l’abbandono del Patto Atlantico, fanno riflettere sulla bussola della politica estera del presidente americano, in rotta contro il globalismo. Ma riuscirà a resistere il petrodollaro?

Il consolidato accordo finanziario in base al quale gli Stati Uniti garantivano la stabilità in Medio Oriente in cambio dei proventi in dollari da parte degli stati del Golfo nei titoli del Tesoro statunitensi si è incrinato. Ciò che per decenni ha funzionato come un circolo virtuoso tra flussi energetici, domanda di dollari e finanziamento sovrano è ora sotto pressione. Il quadro di riferimento risale all’accordo del 1974, elaborato sotto la presidenza di Henry Kissinger, in cui l’Arabia Saudita fissava il prezzo del petrolio in dollari e reinvestiva i profitti in attività statunitensi, principalmente titoli del Tesoro. Altri Stati del Golfo seguirono l’esempio, mentre gli Stati Uniti fornirono garanzie di sicurezza e mantennero l’ordine geopolitico generale. Il sistema funzionava con coerenza interna. Le nazioni importatrici di petrolio pagavano in dollari; questi dollari si accumulavano nelle economie del Golfo; e le eccedenze venivano reinvestite nel debito pubblico statunitense. Questo circolo vizioso sosteneva le condizioni di indebitamento degli Stati Uniti e rafforzava lo status di valuta di riserva del dollaro. Tale struttura si basava su due processi continui: la produzione di surplus attraverso le esportazioni di energia e il reinvestimento in attività statunitensi. Entrambi sono ora interrotti. Storicamente, l’aumento dei prezzi del petrolio ha incrementato le entrate del Golfo, rafforzando la domanda di attività denominate in dollari. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha causato tagli alla produzione di circa 10 milioni di barili al giorno. I flussi energetici del Medio Oriente si sono orientati sempre più verso l’Asia, dove le preferenze di pagamento sono più flessibili e, in alcuni casi, non basate sul dollaro. Se i canali di esportazione si normalizzano in base alle nuove condizioni, i barili marginali potrebbero essere scambiati in più valute. Una diversificazione graduale riduce la domanda strutturale di dollari senza richiedere una sostituzione completa. Il sistema del petrodollaro si indebolisce marginalmente, attraverso spostamenti di allocazione piuttosto che a causa di una singola rottura. A gennaio, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti detenevano circa 300 miliardi di dollari in titoli del Tesoro. Queste partecipazioni si aggiungono ora al calo delle entrate, all’aumento delle spese per la difesa e a una rivalutazione degli impegni di investimento all’estero. Secondo alcune fonti, gli enti sovrani starebbero rivedendo le clausole di forza maggiore legate a precedenti impegni di investimento, comprese le allocazioni in attività statunitensi.


Raffaella Vitulano


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