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giovedì 19 giugno 2014

La crescita col FutuRisiko!

di Raffaella Vitulano

La cosa incredibile è che la sua riflessione era una Top Story pubblicata sul New York Times di qualche giorno fa. Mica su un gazzettino provinciale. Così, milioni di persone avranno trovato in quelle righe un suggerimento concreto per stimolare la crescita. E, in mezzo a quei milioni, qualche testa (poco) pensante troverà quella riflessione perfino d’ispirazione. Tyler Cowen, professore di economia alla George Mason University, attribuisce alla ”persistenza e l’aspettativa della pace” la costante lentezza della crescita economica nelle economie ad alto reddito. In altre parole, il mondo non cresce perchè non ci sono guerre. O meglio. Il mondo non ha vissuto così tante guerre ultimamente; i fatti dell’Iraq, la Somalia o l’Afghanistan fanno sembrare la terra un luogo molto cruento, ma il numero delle vittime di oggi scolorisce  alla luce delle decine di milioni di persone uccise nelle due guerre mondiali nella prima metà del 20° secolo. Insomma, le guerre ci sono ancora ma non fanno abbastanza morti per ridurre l’affollamento del pianeta, che secondo uno dei più grandi banchieri americani è già oggi abitato da almeno due o tre miliardi di persone di troppo. E questo sarebbe un problema. Altro che il video Gaia. E’ aberrante, ma per alcuni economisti il maggior pacificismo del mondo può rendere meno urgente, e quindi meno probabile, il raggiungimento di alti tassi di crescita economica. La preparazione della guerra necessiterebbe dell’aumento di spesa pubblica e metterebbe le persone al lavoro. Il conflitto porta sì morte e distruzione, ma spingerebbe i governi a velocizzare alcune decisioni fondamentali a lungo termine, soprattutto negli investimenti e nella liberalizzazione dell’economia, per poi ricostruire. Per Cowen, innovazioni tecnologiche fondamentali come l’energia nucleare, il computer, l’aviazione moderna, Internet e la Silicon Valley sono state tutte spinte da un governo americano desideroso di progetti industriali e militari per sconfiggere le potenze dell’Asse o, più tardi, di vincere la Guerra Fredda. Perfino Ian Morris, professore di letteratura e storia a Stanford, nel suo recente libro Guerra! A che cosa serve? ripropone l’ipotesi che i conflitti armati siano un fattore importante di crescita economica, e a riprova cita l’Impero romano e l’Europa del Rinascimento. E al pari suo Kwasi Kwarteng, membro conservatore del Parlamento britannico, si concentra sui mercati dei capitali sostenendo che la necessità di finanziare le guerre ha portato i governi a sviluppare le istituzioni monetarie e finanziarie, consentendo l’ascesa dell’Occidente. Ora pensiamo ai recenti avvenimenti in Ucraina e allo scacchiere geopolitico, scomparso dai giornaloni distratti dalle beghe di cortile. Pensiamo ai due blocchi Usa-Eurasia. In cerca del loro Armageddon, nel logoramento della loro coscienza, teorici, banchieri ed economisti alzano la posta nel FutuRisiko!, solo che per loro resterà un gioco da tavolo, ma per miliardi di persone sarà morte certa. A quel punto,  l’appropriazione delle risorse altrui sarà già cosa fatta (ne abbiamo già qualche esempio), dalle bolle finanziarie, dalle tasse e dalle imposte. Ma l’esplosione del pil, tanto attesa,  sarà finalmente realtà.

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