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martedì 16 settembre 2014

Le "false flag" e la ripresa che non c'è

di Raffaella Vitulano

Nel ”Globalistan” crolla l’impero del dollaro, minacciato dall’Eu-topia dilagante. Il panico serpeggia negli Usa e si fa sempre più forte qualche dubbio che false flag (letteralmente operazioni sotto falsa bandiera) contro alcuni obiettivi nascondano in realtà i veri problemi occidentali: un Minsky Moment (dove lo stimolo del denaro facile non alimenta il credito perchè il sistema non vede opportunità per investirlo), l’assenza di crescita, la disoccupazione e l’accumulo di debito. In pratica un abile, scaltro, intreccio di menzogne e verità intorno al quale coalizzare l’opinione pubblica per giustificare crimini economici e finanziari. Messa subito da parte l’ipotesi di una nuova Yalta, l’inconcludenza dei politici di Washington e Bruxelles ha in questi anni fatto spazio al vuoto dei banchieri e degli squali. Et voilà, la Nato torna così ad essere decisiva, ed è per questo forse che Renzi ha, più o meno ironicamente, chiesto lo scorporo del 3% anche dalle spese per il riarmo durante il recente Vertice dell'Organizzazione. I margini di bilancio per la ripresa, del resto, sono stretti. Lo stesso Fmi in uno studio dello scorso luglio mostra l’evidenza oggettiva del fallimento totale delle teorie della troika, che l’Italia cerca in queste ore di dribblare come può. Il gioco della fantafinanza - ossia del denaro virtuale che alimenta ricchezze virtuali - sta però per giungere al game over e per molti titoli, azioni e obbligazioni si avvicina il redde rationem, la resa dei conti. Ieri l’economista Krugman lo confermava: ”Né la teoria né la storia giustificano il panico scatenatosi riguardo agli attuali livelli di debito pubblico, ma i leader europei e i repubblicani statunitensi hanno deciso di credere allo sparuto gruppo di economisti di opinione opposta, poi rivelatisi erronei”. Molti, dal canto loro, citano il New Deal di Roosevelt come panacea. Ma c’è da ricordare - e i libri di storia non lo fanno - che il New Deal da solo non bastò a salvare gli Usa dalla crisi. Nel dicembre ’41 gli Usa entrarono in guerra dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour: i disoccupati erano in numero di gran lunga maggiore che nel 1933, anno in cui il presidente avviò il New deal, all’inizio della sua presidenza, per salvare gli Usa dagli effetti della Grande Depressione nata in seguito al crollo di Wall Street nel 1929. E’ lo stesso Roosevelt ad ammetterlo: nel 1938, in un discorso presidenziale, prende atto pubblicamente del fatto che alcune delle misure del New Deal stavano, al contrario, ritardando la ripresa. Non a caso, invece, la storia insegna che gli Usa si rimisero in piedi soltanto grazie ad una economia di guerra. Tutto già visto nel 1937, quando Uk e Usa smisero di stimolare l’economia e questa crollò di nuovo. Poi giunse Pearl Harbour. Una lezione mai dimenticata ad Ovest, al punto che oggi molti - non a caso - premono il pedale sull’acceleratore degli interventi militari “umanitari” o presunti tali. Sono passati tredici anni dalla proclamazione di Enduring Freedom, la guerra di lunga durata e senza quartiere che avrebbe dovuto stroncare il terrorismo islamico. Diversi gli obiettivi, fallimentari i risultati o entrambe le cose?

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