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martedì 11 novembre 2014

Pron(t)i a tutto

di Raffaella Vitulano

Una nuova indagine da parte del sindacato Gruppo 20 (L20), che rappresenta il lavoro dei paesi del G20, rileva che il 56% delle politiche del G20 sono inefficaci nel migliorare le condizioni dei lavoratori. C’è da meravigliarsi? E’ per questo che oggi a capo della commissione europea ritroviamo un uomo che a capo del governo del Lussemburgo stringeva accordi fiscali segreti con centinaia di multinazionali e da presidente dell’Eurogruppo strigliava i Paesi periferici con feroci politiche economiche depressive. L’avviso di tempesta all’Italia si concretizza in un ”allarme preventivo” sui conti pubblici e sull’apertura di una procedura per deficit eccessivo. Interessante l’analisi di John Muellbauer - prof di economia all’università di Oxford - per il quale una strada percorribile per la ripresa della domanda sarebbe un Quantitative Easing for the People: fornire a tutti i lavoratori e pensionati in possesso del codice fiscale una somma di denaro, erogata dalla Bce, che i governi dovrebbero semplicemente aiutare a distribuire. O ancora, fare riferimento alle liste elettorali per una banca dati pubblica che la Bce potrebbe utilizzare indipendentemente dai governi. Dei circa 275 milioni di adulti possessori di codice fiscale nell’eurozona, circa il 90% è iscritto nelle liste elettorali. Negli Stati Uniti, nel 2001, un rimborso previdenziale pari a trecento dollari a persona ebbe l’effetto di aumentare la spesa del 25% circa del totale distribuito. Ecco che un assegno di 500 euro (640 dollari) emesso dalla Bce potrebbe aumentare la spesa di circa 34 miliardi di euro, cioè l’1,4% del Pil. Per di più, il gettito fiscale aggiuntivo derivante da questo rimborso ridurrebbe in modo significativo il disavanzo pubblico. Ma lo sguardo di Renzi sembra piuttosto distratto dalle banche, alle quali starebbe per fare un nuovo regalo: nella legge di stabilità c’è infatti una norma (contenuta nell’articolo 33 del ddl) che potrebbe comportare l’obbligo per l’Italia di versare miliardi di euro su conti esteri come garanzia per le grandi banche d’affari - come Morgan Stanley, Jp Morgan, Deutsche Bank - con cui a metà anni novanta il ministero guidato da Ciampi fece man bassa di derivati per un valore di 160 miliardi di euro in modo da portare il deficit all’interno dei parametri imposti ai Paesi che aspiravano a entrare nell’Eurozona. In quel periodo, ricorda il Financial Times, ”Mario Draghi era direttore generale del Tesoro” e oggi è difficile specificare le potenziali perdite dell’Italia sui derivati ristrutturati. La norma attribuirebbe alle banche d’affari anche un vantaggio  inedito: un credito privilegiato con la possibilità di rivalersi sui depositi di garanzia nel caso di un default sovrano dell’Italia (ad oggi per nulla escluso; basti seguire le mosse della Germania).  Mentre gli altri creditori, come tutti i piccoli risparmiatori italiani, dovrebbero mettersi in fila. Già dimenticati i due miliardi e 567 milioni di euro passati dalle casse del Tesoro a quelle di Morgan Stanley il 3 gennaio 2012? E questo mentre si chiedono sacrifici a pensionati, lavoratori e disoccupati. Bruxelles ci prende a schiaffi. Ma noi, per ora, restiamo pron(t)i al Fiscal Compact e al  Meccanismo europeo di stabilità.

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