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martedì 5 maggio 2015

L'insostenibile leggerezza di Bruxelles

di Raffaella Vitulano

Un sorriso di carta per stime europee generose, dopo anni di  previsioni al ribasso. La Ue cerca di rifarsi una credibilità con numeri di circostanza, ma fatica a farlo fuori Europa. Ne è prova un intervento recente di George Friedman, americano di origini ungheresi, fondatore e presidente del think-tank Stratfor, ”autorità in materia di intelligence tattica e strategica globale”, come lo  definisce il NYTimes. Friedman non concede ruolo alla Ue, quando nel suo discorso al Chicago Council of Global Affairs sobriamente intitolato ”Europa: destinata alla guerra?”   prevede che ”l’idea stessa di una esclusività europea a mio avviso la condurrà a guerre”.     Per lui non sembrano esistere né Bruxelles, ne un’identità europea: ” Abbiamo rapporti con la Romania, ne abbiamo con la Francia . Non esiste una ’Europa’ con cui gli Stati Uniti hanno rapporti”. E restando sulle singole identità, ecco il rischio paventato da Washington: “L’estremismo islamico  non rappresenta una minaccia. La questione primaria per gli Stati Uniti, per la quale facciamo guerre da un secolo , è la relazione tra Germania e Russia. Perché insieme rappresentano la sola forza che potrebbe minacciarci, e bisogna fare attenzione che non ci si arrivi”.  Per gli Stati Uniti la paura fondamentale è dunque che il capitale finanziario e la tecnologia tedeschi si saldino con le risorse naturali e la manodopera russe.  Diretto sull’Eurasia (”La politica che raccomando è finanziare entrambe le parti in modo che si battano l’una con l’altra. E’ cinico, non è molto morale, ma funziona”), Friedman non sottace temi scomodi (” La destabilizzazione è il vero scopo delle nostre azioni estere. Non instaurare una democrazia. Una volta destabilizzato un paese, dobbiamo dire ‘missione compiuta’ e tornarcene a casa”). In questa scacchiera  l’Europa più che alleata degli Usa appare una scialba pedina oggetto di alcune delle misure “destabilizzanti” ben illustrate da Friedman  e magari coinvolta in una guerra contro i nostri stessi interessi economici. Si pensi all’Ucraina e ai Paesi baltici,  in cui verranno dispiegati blindati e artiglieria pesante (“Ovviamente agiamo al di fuori del quadro Nato, qualcuno potrebbe opporsi“). Già, l’Ucraina, chiave di svolta dei nuovi equilibri, che nell’anniversario del rogo di Odessa nella Casa dei sindacati conta un’inflazione  al 272% e il crollo dei salari. Le vendite di nuove auto sono scese in un anno del 67%, la produzione di auto è scesa del 96%, nell’ultimo anno 46 banche sono state dichiarate insolventi. Il programma di salvataggio dell’Fmi concordato di recente per 17,5 miliardi di dollari,  scalfirà appena la superficie della crisi.  I governi europei sbandierano il loro sostegno, ma nel frattempo le imprese europee si ritirano in massa, centinaia hanno già lasciato il mercato ucraino, la maggior parte delle 600 imprese tedesche operanti in Ucraina stanno conducendo un’indagine sulla possibilità di ritirarsi da questo mercato. Il conflitto nel Donbass come una proxy war, una guerra per procura. E di nuovo  il ruolo di mediazione è assunto dalla Germania, che ha il difficile compito di conciliare i propri interessi con quelli dei tradizionali alleati oltreoceano. Il futuro globale si deciderà insomma nel quadrilatero tra Kiev,Mosca, Berlino e Washington. E sarà ancora una volta l’assenza di verità l'arma più potente.

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