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martedì 12 aprile 2016

Le multinazionali privatizzano la guerra

di Raffaella Vitulano

Oxfam, organizzazione internazionale con sede a Oxford, denuncia che le 62 persone più ricche del mondo possiedono la metà della ricchezza globale. Senza alcun imbarazzo Warren Buffett, uno dei più ricchi mega-miliardari, ha dichiarato che l’aliquota fiscale del suo segretario è più alta della propria. Di fatto, oggi è il denaro stesso che diventa elettorato. Il denaro è usato per comprare il controllo politico, e questo distrugge la democrazia rappresentativa e i governi. Pensiamo a miliardari come George Soros o i fratelli Koch, che già usano le loro ricchezze per controllare il governo statunitense nel proprio interesse mediante lobbies. O a Donald Trump. Money: il denaro compra tutto, ad Ovest come ad Est, alla base del rinnovato flirt tra Vienna e Mosca. L’Austria è partner storico della Russia da almeno cinquant’anni e il principale settore di collaborazione è quello energetico (detiene il 10% del gasdotto NorthStream 2 e il 25% dei giacimenti di Urengoy). L’Austria, uno dei sei Stati dell’Unione Europea che non fanno parte anche dell’Alleanza Atlantica, sta procedendo nella realizzazione di un immenso impianto sotterraneo di stoccaggio di gas russo che la farà diventare il secondo hub gasifero d’Europa e guarda all’instabilità dell’Ucraina come ostacolo al progetto e alle forniture nei quadranti centrali e orientali. Il pretesto con cui Washington, per i propri fini geopolitici, è riuscita a bloccare i rapporti commerciali e ad inasprire la tensione nell’est Europa appare ben chiaro a Vienna, che insiste così nel sostenere l’assunto che i flussi non abbiano nulla a che fare con la Siria, ma provengano dall’Africa continentale. La linea di accoglienza basata sull’asilo politico sarebbe dunque insostenibile. E se Washington provoca accendendo focolai di guerra a tutela delle proprie aziende, Vienna non intende restare in finestra. Nella totale indifferenza umanitaria, staremmo dunque assistendo a livello geopolitico alla privatizzazione della guerra per mezzo delle multinazionali Usa: a rivelarlo, l’ex colonnello del Pentagono Larry Wilkerson, già direttore esecutivo dell’ex segretario di Stato generale Colin Powell durante la presidenza di Baby Bush, che a suo tempo andò alla guerra con il fine di ”fare denaro per la Halliburton”, così come oggi Hillary Clinton pensa ai probabili benefici per la JP Morgan o la ExxonMobil, l’industria del gas e del petrolio o la Lockheed Martin. Wilkerson spiega poi la frattura tra l’impostazione bellicista della Cia ed il Pentagono in Siria, e cita poi numerosi collegamenti ed incroci di proprietà azionarie fra le industrie degli armamenti e le grandi banche come la BlackRock, i collegamenti di altre industrie di armi con la Fondazione Clinton e la Northrop Grumman con la società della figlia di Cheney. Un sistema, insomma, per cui tutto resta in famiglia. Per non parlare poi della multinazionale Philip Morris, che non si limiterebbe a controllare Fiat-Chrysler tramite Marchionne, ma gestirebbe anche le attività più legate all’immagine del gruppo. Philip Morris sarebbe presente da anni non solo nella Ferrari, ma anche nella Juventus, con un proprio uomo nel Consiglio di Amministrazione. Si accomodino, please: tra le misure del governo Renzi ci sarebbe poi anche uno sgravio fiscale a favore della Philip Morris per un tipo di sigaretta senza combustione ritenuta - per ammissione della multinazionale stessa - meno nociva alla salute. Insomma, business is business. E se la propaganda presenta spesso l’arrivo delle multinazionali come un toccasana, occorre distinguere quando la spesa è quasi tutta a carico dello Stato ospitante, o per sgravi fiscali, o addirittura per incentivi diretti. Accordi vantaggiosi, Paesi che abusano del tax ruling, diciamo di compiacenza sull’evasione fiscale. Un sistema che trasferisce in Stati ”amici” la contabilità di profitti realizzati in giro per il mondo. Masse enormi di flussi finanziari nascosti al fisco, miliardi di euro risparmiati in tasse. E allora sbattiamole nei ”Panama Papers”. Eppure, contrariamente alle apparenze, la campagna non avrà l’effetto di limitare le malversazioni finanziarie, ma esattamente l’opposto. Il sistema si contrarrà un po’ di più intorno al Regno Unito, all’Olanda, agli Stati Uniti e a Israele, in modo che soprattutto loro ne abbiamo il controllo. E’ la dottrina di Christina Romer, presidente del Comitato dei consiglieri economici di Obama: piegare i paradisi fiscali non anglosassoni e destabilizzare l’Unione europea fino a quando i capitali rifluiranno di nuovo verso i paradisi fiscali dei paesi succitati. I governi sono ormai schiavi delle multinazionali. I prossimi trattati commerciali ne sanciranno la legalità in qualche cavillo.

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