Bibi & Donald, accordi e disaccordi

 

Al premier israeliano Netanyahu la tregua con Hezbollah proprio non va giù: “Scioccato da Trump” che vieta gli attacchi al Libano. E tuttavia, a scorrere le cronache recenti, non è la prima volta che i due sono in forte disaccordo: l’ultimo episodio fu il bombardamento in Iran del giacimento di gas di South Pars, operazione che il tycoon non approvò. Ma qual è davvero il rapporto tra i due leader? C’è chi dice che Trump avrebbe intrapreso la guerra contro il Libano solo perché ricattato dagli Epstein files. “L’influenza senza precedenti di Trump su Netanyahu lascia al primo ministro ben poco margine di manovra” scrivono invece Aaron David Miller e Daniel C. Kurtzer sul sito del Carnegie Endowment for International Peace. “Trump esercita una pressione senza precedenti sul leader israeliano. Spesso ha ignorato i suggerimenti di Netanyahu o lo ha colto di sorpresa su importanti decisioni politiche. Per Netanyahu, che ha basato gran parte del suo consenso sulla capacità di ’controllare’ la politica americana, Trump ha ribaltato la dinamica: è lui a dettare il contenuto e il tono di questo rapporto. Netanyahu ha bisogno di Trump per respingere le pressioni interne e vincere le elezioni del 2026. Ciò che rende Trump unico nei suoi rapporti con un leader israeliano è stata la sua capacità di esercitare pressioni, aggirare e persino ignorare gli interessi israeliani senza troppi costi o conseguenze. Trump può usare l’aceto contro Israele perché ha ricoperto Netanyahu di miele. Ma Trump è straordinariamente privo di sentimentalismo quando si tratta di pensare a Israele e al suo futuro. Trump non è condizionato da questo tipo di emozioni”. Il sostegno di Trump a Israele sarebbe dunque transazionale e funzionale, concepito per ampi scopi politici, come coinvolgere gli evangelici e sfruttare la sua sensibilità filo-israeliana per dipingere i democratici come nemici dello Stato ebraico. Inoltre, nessun presidente degli Stati Uniti avrebbe mai goduto di tanta libertà di manovra in patria per decidere sulla politica nei confronti di Israele, senza il timore di una reazione negativa da parte del proprio partito. “Raramente, se non mai, il contesto politico negli Stati Uniti è stato più favorevole e meno rischioso per aumentare la pressione su Israele, qualora un presidente americano decidesse di farlo. La realtà è che questi due leader, entrambi esperti nell’arte dell'inganno, hanno raggiunto un’intesa, almeno per ora. Finché Netanyahu starà al gioco, non si spingerà troppo oltre e non cercherà deliberatamente di far fallire l’accordo su Gaza, Trump gestirà (anziché sfruttare) le loro divergenze. Ma non è chiaro quanto durerà questo accordo. Trump non può rieleggere Netanyahu, ma può danneggiarlo gravemente se lo ostacola. Netanyahu ha bisogno che Trump continui a ripetere ciò che ha affermato a Mar-a-Lago: senza Netanyahu, Israele non esisterebbe, confermando così l’indispensabi lità del primo ministro”. Se Trump dovesse credere che Netanyahu fosse un ostacolo tra lui e una grande vittoria, non esiterebbe a sacrificare le preferenze di Netanyahu pur di vincere.“Neta nyahu non dispone inoltre dei fondi che sauditi ed emiratini hanno usato con tanta efficacia per comprare il sostegno di Trump: Netanyahu è un opportunista, e per un presidente pragmatico, questo non fa che aumentare il suo potere contrattuale. E se Netanyahu si opponesse?Chiedete al Venezuela cosa succede quando Trump non ottiene ciò che vuole. Per Trump, Israele e Netanyahu sono solo altri pezzi sulla sua scacchiera personale placcata d’oro, che non esiterebbe a sacrificare per il bene del suo gioco”. Il Washington Institute for Near East Policy aveva già scritto il 26 maggio 2025 per mano di Dennis Ross, ex assistente speciale del presidente Barack Obama, che “l’idea che Trump avrebbe semplicemente appoggiato qualsiasi cosa volesse questo governo israeliano di destra e messianico è sempre stata un’il lusione (...). Il presidente Trump è forse meno propenso a sostenere il governo Netanyahu? La domanda potrebbe sembrare logica, visti i recenti sviluppi, ma credo che ci sia un’altra spiegazione: il presidente Trump prende le sue decisioni in base a ciò che ritiene essere nell’interesse degli Stati Uniti e non sugli interessi o le preoccupazioni dei suoi alleati”. Il fatto che il governo Netanyahu non abbia un piano credibile per porre fine alla guerra e per creare un futuro in cui esista un’alternativa ad Hamas è un problema serio. E la pazienza non è certo una delle doti di Trump. Trump scaricherà Netanyahu? Israele lo scoprirà solo alla scadenza del memorandum d’intesa decennale durante ilmandato del presidente, che dovrà decidere se negoziare un nuovo accordo sia nell’interesse degli Stati Uniti. Alcuni analisti offrono diverse teorie per spiegare il rapporto più freddo tra Trump e il primo ministro israeliano. John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump e ora suo critico, ha affermato che l’inimicizia tra Netanyahu e Trump risale alle elezioni del 2020: “Trump non ha mai perdonato Bibi per la rapidità con cui ha riconosciuto la vittoria di Biden alle elezioni del 2020. Per Trump, questa è un’eresia della peggior specie”. In ogni caso, secondo Matt Duss, vicepresidente esecutivo del Center for International Policy ed ex consigliere di politica estera del senatore Bernie Sanders, Trump potrebbe rendersi conto che un eventuale cambio di posizione su Israele difficilmente danneggerà la sua popolarità, dato che storicamente è riuscito a convincere la sua base a sostenerlo anche quando agisce contro le loro convinzioni consolidate: “Se gli evangelici sono disposti a votare per un donnaiolo bruto e corrotto come Donald Trump, saranno disposti a votare anche se non è super filo-israeliano”, ha affermato. Interessante anche la lettura dei fatti che ne faceva Robert Inlakesh su Palestinechronicle.com prima che scoppiasse la guerra con l’Iran: “Se gli Stati Uniti e Israele presumessero che l’Iran, dimostratosi pragmatico e moderato nei precedenti scontri, si comporterà in modo da evitare una guerra totale , allora potrebbero considerare l’attacco vantaggioso. Ciò potrebbe fornire agli Stati Uniti il pretesto per imporre una soluzione al conflitto su più fronti in corso. Forse è per questo che, scrive il New York Times, “il presidente Trump è il primo leader americano ad accettare l’idea di combattere una guerra su vasta scala e congiunta con Israele. Alcuni potrebbero chiedersi perché l’Iran non usi immediatamente tutta la sua potenza per eliminare completamente Israele, e la risposta ovvia è il nucleare”. Evidentemente Trump si è mosso su questa linea. Dei presidenti Usa ricattati da Israele scrive invece il controverso giornalista Tucker Carlson: “I media mainstream non ne parlano mai, ma il governo israeliano ha una lunga storia di ricatti ai danni dei presidenti degli Stati Uniti. Forse l’esempio più sconvolgente risale agli anni Novanta, quando Israele usò le registrazioni di una conversazione telefonica a sfondo sessuale tra Bill Clinton e Monica Lewinsky come leva per fare pressione su Clinton affinché rilasciasse Jonathan Pollard, cittadino statunitense di origine ebraica condannata come spia. Come molte altre azioni compiute da Israele, dimostra che l’alleato speciale dell’America è disposto a giocare sporco per raggiungere i suoi obiettivi”. E qui torniamo agli Epstein files, che coinvolgerebbero addirittura Melania Trump. L’attuale priorità assoluta di Israele è garantire che l’Operazione Epic Fury non si fermi. Per Carlson, “il presidente è sottoposto a una pressione che la maggior parte delle persone non riesce a immaginare, con i fanatici sostenitori dell’Israel First che lo perseguitano ferocemente ogni volta che osa deviare anche solo leggermente dall’agenda del loro Paese preferito. La loro spudorata persecuzione è così tenace da far impazzire persino un uomo come Donald Trump. Sta affrontando una pressione talmente forte da poterlo indurre ad abbandonare le promesse elettorali e a trasformarsi proprio nel tipo di politico che un tempo aveva giurato di distruggere”.

Anche in Europa da tempo sentiamo ripetere il mantra dei “valori giudeocristiani” dell’Europa, tanto che la presidente della commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che “i valori dell’Europa si fondano sul Talmud”. Il professor Luca Marini, professore di diritto internazionale alla Sapienza Università di Roma, taglia corto: “L’Europa è il tempio del capitalismo ultra-finanziario e digitale che intende sostituirsi alla politica nella gestione della società civile, con il fine ultimo di abbattere i valori democratici, le libertà fondamentali e la dignità dell’essere umano in quanto ostacoli ai suoi obiettivi di controllo totalitario dell’umanità. E, lo ripeto ancora una volta, tutti sanno a chi risponde quella forma di capitalismo”. Maria Heibel, curatrice del blog nogeoingegneria. com, risponde a chi si chiede come possa un paese così piccolo come Israele ricoprire un ruolo così influente: “È un dato di fatto che Israele si sia ritagliato un ruolo di grande rilievo, in particolare nei settori della tecnologia cibernetica e dell’alta tecnologia, che sia sicurezza informatica, difesa, biomedicali, agri-tech, energie rinnovabili e AI. Yossi Karadi, capo della Direzione Nazionale per il Cyber, ha lanciato un monito dalle colonne del Times of Israel: la prossima guerra sarà combattuta senza sparare un solo proiettile, spostando lo scontro interamente nel dominio digitale. Grazie all’uso di agenti di intelligenza artificiale, i nemici mireranno a paralizzare servizi essenziali e processi decisionali prima ancora che un soldato si muova. Israele gioca un ruolo decisivo nel campo dell’alta tecnologia e della balistica grazie a Magal, integratore leader di soluzioni di sicurezza e protezione chiavi in mano, che fornisce piattaforme olistiche fisiche e virtuali in tutto il mondo, come radar di sorveglianza a lungo raggio, telecamere termiche e altre tecnologie di monitoraggio della sicurezza. Magal si occupa tra molte altre cose anche della sicurezza delle installazioni nucleari americane e svolge lo stesso compito per la gran parte delle installazioni nucleari dell’Europa Occidentale e dell’Asia. Un articolo del 2007 spiegava già come “non esiste grande paese o grande azienda che non abbia qualche specialista della Magal israeliana che tiene d’occhio le sue attività”.

Raffaella Vitulano


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