Dies Iran. Guerra e Pace, perché Tolstoj è sempre attuale

 

Cosa ha spinto quelle persone a bruciare case e a uccidere i propri simili? Quali sono state le cause di questi eventi? Quale forza ha indotto gli uomini ad agire in questo modo?”: sono le parole di Tolstoj nel secondo epilogo del suo capolavoro ” Guerra e pace. Nel corso del romanzo, Tolstoj mostra la miriade di decisioni ed eventi che contribuiscono a queste circostanze e come questi influenzino i singoli individui e la società nel suo complesso. Nel secondo epilogo, esplicita tale teoria. Da quando abbiamo rigettato Dio e il Suo decreto sul mondo, non siamo riusciti a comprendere a sufficienza la forza che spinge i popoli e le nazioni ad agire, afferma Tolstoj. Contro le spiegazioni storiche tradizionali, Tolstoj critica l’idea che la guerra sia causata solo dall’ambizione di un uomo, dall’offesa a un diplomatico o da una strategia errata. Non esiste un’unica volontà che muova gli eventi, bensì la confluenza di migliaia di piccole decisioni prese da innumerevoli persone, alcune note e altre sconosciute, nonché di circostanze contrastanti. Sarebbe dunque inutile, sosterrebbe Tolstoj se fosse qui con noi a discuterne, attribuire la guerra all’Iran all’arroganza di Trump, all’ambizione di Netanyahu o all’ostinazione iraniana. Sarebbe altrettanto insufficiente attribuirla unicamente al petrolio, al predominio del dollaro o a una pianificata transizione multipolare, sebbene tutti questi fattori siano rilevanti. Forse Trump non aveva molta scelta; c’erano anche altre forze che spingevano in quella direzione, ad esempio Israele. Le religioni abramitiche condividono una comprensione dell’escatologia, pur con notevoli differenze teologiche. Il mondo si sta muovendo verso una certa successione di eventi - la venuta dell’An ticristo e del Salvatore - che precederanno la fine dei tempi. Si potrebbe giudicare qualsiasi di queste concezioni della storia errata o fantasiosa, ma hanno una reale rilevanza per il conflitto attuale. Coloro che aderiscono alla teologia dispensazionalista della fine dei tempi credono che un Terzo Tempio debba essere costruito dove sorge la moschea di Al-Aqsa per adempiere alla profezia. Questo evento è considerato un prerequisito necessario per il ritorno di Gesù. È difficile ignorare l’influenza di tutto ciò sulla guerra, dato che un gruppo di pastori evangelici, guidati da Paula White- Cain, consigliera per le questioni religiose della Casa Bianca, e altri membri dell’Ufficio per la Fede, hanno pregato affinché Trump e gli Stati Uniti avessero successo in questo conflitto. Anche Pete Hegseth, autoproclamatosi Segretario alla Guerra, ha espresso esplicitamente la natura religiosa di questa guerra, e l’esercito statunitense l’ha presentata come “parte del piano divino di Dio”. Peter Thiel e altri tecnologi condividono parte di queste teorie, seppur con significative variazioni. Essi difendono quello che viene definito accelerazionismo: la spinta in avanti del capitalismo, del cambiamento tecnologico e della trasformazione sociale al fine di liberare la tecnologia dai vincoli e inaugurare una nuova era. Non a caso, Thiel ha parlato dell’Anticristo.

Questa prospettiva si adatterebbe alla guerra con l’Iran come passo necessario in una transizione pianificata verso un mondo multipolare, basato sulla sorveglianza e sulle valute digitali delle banche centrali (Cbdc), un mondo verso il quale sembriamo inesorabilmente condotti dalle élite occidentali e non occidentali. Anche i leader europei, baluardo del welfare, del liberalismo e della laicità, premono per accelerarne l’attuazione. Sarebbe tuttavia errato limitare questa visione al solo Occidente, poiché la maggior parte delle nazioni Brics, tra cui Cina e Russia, funzionano secondo un modello sociale simile, caratterizzato da una struttura statale, un’economia finanziaria basata sulle banche e un sistema di sorveglianza. Sembra che abbiamo accettato questa come l’u nica forma possibile di vita sociale, il tutto in nome del continuo progresso materiale alimentato dal controllo dell’e nergia e delle risorse, dal nazionalismo e dall’etno-nazionalismo, dalla sorveglianza e dalla tecnologia. Vogliamo trovare un senso a tanta guerra e distruzione? Forse non ce n’è nessuno. Intanto si è formato un asse molto chiaro: Stati Uniti/ Israele contro l’Iran (ma sulle dissimulazioni di Trump abbiamo già scritto). Alle altre potenze regionali (comprese quelle del vassallaggio monetario nel Golfo Persico) viene offerta una scelta - ed è una scelta dura: o unirsi alla coalizione americano-israeliana o unirsi alla resistenza dell’Iran.

Non è prevista alcuna posizione intermedia, e se qualcuno cerca di insistere sulla neutralità, verrà bombardato e attaccato da entrambe le parti. Anche perché giunti a questo punto per gli Usa è preferibile che dal Golfo Persico non esca più neanche una goccia di petrolio piuttosto che questo petrolio venga controllato dall’I ran e vada in Cina: nulla di ciò che l’Iran possa distruggere rappresenta un prezzo troppo alto per gli Usa in confronto alla distruzione del petrodollaro. Il secondo asse è composto da Ue/Gran Bretagna/globalisti negli Stati Uniti (leggi il Partito Democratico) contro la Russia e a sostegno del regime di Kiev per una guerra alla quale la maggior parte dei paesi europei (ad eccezione di Ungheria e Slovacchia) si sta preparando a partecipare direttamente. È fin troppo facile immaginare che le élite che governano il vecchio continente approfitteranno della carenza di energia imponendo ai cittadini europei ulteriori restrizioni e mettendoli alla canna del gas. Questa crisi infatti viene vista dall’Europa e dai suoi leader come l’occasione irripetibile per imporre permanentemente ulteriori limitazioni delle libertà e delle sovranità nazionali. Sottoposti a spinte centrifughe, i paesi Ue dovranno scegliere tra Davos o gli Usa. L’obiettivo principale di entrambi i poli è quello di creare una frattura tra Iran e Russia in modo che le due potenze non si rendano conto del fatto che stanno combattendo lo stesso nemico, la civiltà (o inciviltà a seconda della lettura) di Epstein. I negoziati, le distrazioni, sono solo fumo negli occhi. La Cina - a braccetto coi vecchi potentati europei - aspetta, ma ha già scatenato la sua ultima arma psicologica: il professor Jiang Xueqin, che sta attaccando la coscienza degli analisti globali con le sue previsioni parlando della cospirazione sionista, dell’escatologia, di Sabbatai Zevi, di Jacob Frank, degli Illuminati, della grande geopolitica e delle élite capitaliste globali. Prima o poi scenderà in campo anche Pechino e colpirà Taiwan, anche se non è chiaro quando. Contro lo stesso identico nemico di Russia ed Iran.

"Per Trump, essere sconfitto dal Congresso è peggio che essere sconfitto dall’Iran” scrive l’analista Paul Craig Roberts. Trump ha tempo fino al 28 aprile per tirarsi fuori dalla guerra. Cosa accadrà dunque a Israele, indifeso di fronte a un attacco missilistico iraniano, quando Trump lascerà la scena? “Se Trump dichiarasse vittoria e tornasse a casa, Israele sionista non avrebbe alcuna possibilità di sopravvivenza. Le armi nucleari israeliane sarebbero neutralizzate dalla dimostrata capacità dell’I ran di colpire il reattore nucleare israeliano di Dimona e il deposito di armi nucleari israeliano. L’Iran non ha bisogno di armi nucleari per distruggere Israele. Un attacco all’impianto nucleare di Dimona sarebbe sufficiente a diffondere radiazioni sul piccolo territorio israeliano”. Trump non può rimanere in guerra, perché non può rischiare che il Congresso respinga la sua giustificazione per attaccare l’Iran e per continuare il conflitto. “A sua volta Netanyahu, sotto processo in Israele, dovrà affrontare anche le elezioni in autunno. Cosa accadrebbe se, per la prima volta, gli israeliani si trovassero a pagare il prezzo salato dell’agenda sionista del Grande Israele e decidessero che tale agenda non serve alla sicurezza di Israele?”. I sondaggi indicano che la maggioranza degli americani non condivide la preoccupazione di Trump per la minaccia iraniana agli Stati Uniti. Non appoggiano la guerra di Netanyahu. Persino molti ebrei americani non la sostengono. Il 2 aprile il Times of Israel ha riportato che “il Comitato Nazionale Democratico degli Stati Uniti si appresta a esaminare, in una riunione della prossima settimana, una risoluzione che condanna la crescente influenza dell’Aipac”. Questo è straordinario, considerando che al Senato degli Stati Uniti ci sono 9 senatori democratici ebrei e nessun senatore repubblicano, e che dei 25 ebrei presenti alla Camera dei Rappresentanti, 21 sono democratici. Il Times of Israel riporta che “un recente sondaggio della Nbc ha rilevato che il 57% degli elettori democratici ha un’opinione negativa di Israele, rispetto al 13% che ne ha un’opinione positiva. Nel frattempo, un numero crescente di candidati democratici al Congresso - e di politici che si ritiene aspirino alla nomination presidenziale del 2028 sta prendendo le distanze dall’Aipac e oltrepassando la sua linea rossa, ovvero quella di sostenere determinate condizioni per gli aiuti militari a Israele”.

Raffaella Vitulano


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