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martedì 29 luglio 2014

Europa, vaso di coccio

di Raffaella Vitulano

Qualcuno sostiene che Repubblica abbia fatto uno scoop lanciando l’allarme sul Ttip, il Trattato di libero commercio transatlantico. Ma a dire il vero, Conquiste ne scrive già da tempo riportando le preoccupazioni dei sindacati internazionali, e tra i primi quotidiani in Italia ha lanciato l’allarme sui rischi di carattere sociale ed economico che esso comporta. Il Ttip è un proposto accordo di libero scambio tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Gli Usa sostengono che l’accordo comporterà crescita economica per i paesi aderenti. La Ue - più cauta - frena sostenendo che aumenterà il potere delle multinazionali e renderà più difficile ai governi il controllo dei mercati per massimizzare il benessere collettivo. Perchè? Perchè perchè prevede un controverso sistema di arbitrato che consentirebbe alle multinazionali di portare alla sbarra gli Stati membri con richiesta di pesanti risarcimenti, in caso di ipotesi di perdita di profitti legate a norme o leggi votate e approvate dai legittimi Parlamenti. La bozza contiene inoltre limitazioni sulle leggi che i governi partecipanti potrebbero adottare per regolamentare diversi settori economici, in particolare banche, assicurazioni, telecomunicazioni e servizi postali. Il Ttip comporta inoltre rischi per la tutela dei consumatori (gas di scisto, ogm, etc.), grazie all’aggiramento delle giurisdizioni nazionali e del principio di precauzione, mentre contro le legislazioni europee sul lavoro basterebbe un arbitrato per aprire la strada alla deregulation più ampia, anche salariale, cancellando decenni di conquiste sindacali. Per non parlare del fatto che potrebbe cancellare ogni controllo sui movimenti di capitale. Insomma, la Ue litiga su Mrs. Pesc e si fa vaso di coccio, all’esterno verso Washington e all’interno verso Berlino: una matrioska di sovranità sovranazionali necessarie per tenere lontana Mosca. Ma chi ne parla? I negoziati sul trattato di libero scambio proseguono nell’ombra. La Germania, però, così come accaduto per il Meccanismo europeo di stabilità, vigila e due giorni fa la Sueddeutsche Zeitung rivelava che Berlino sarebbe sul punto di respingere l’accordo di libero scambio tra Ue e Canada, importante precedente a cui far riferimento per i negoziati sul Ttip. La Merkel punta i piedi. Secondo il sottosegretario tedesco all’economia Stefan Kapferer “il Governo tedesco non vede come necessaria la firma sulla protezione degli investitori, inclusi i casi di arbitrato tra investitori e lo Stato, considerato che gli Stati garantiscono un sistema legale resiliente ed una sufficiente protezione legale grazie ai tribunali nazionali indipendenti”. Nei fatti, ogni eventuale conquista normativa in campo sociale o ambientale potrebbe essere denunciata dagli investitori Usa come illegittima sottrazione alle loro aspettative di profitto; e per questo da rimborsare. A deciderne non un tribunale, ma un foro privato di avvocati. Il timore è che le clausole di garanzia per gli investitori consentano alle multinazionali straniere di scavalcare gli Stati.Tuttavia, basta un solo Paese contrario perché l’accordo non abbia effetto, e Angela è pronta a sfidare Obama. Ci piacerebbe che anche Roma dicesse la sua. Ma l’Europa intera sarebbe davvero pronta a svendere i gioielli di famiglia?

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