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venerdì 24 aprile 2015

Quando Fibonacci decise le sorti del welfare state

di Raffaella Vitulano

Stretti stretti ai mercati. I destini del pianeta sembrano legati alle sequenze dei numeri di Fibonacci e agli indici di Borsa, dimenticando che è proprio la volatilità dei mercati ad aver dissestato lo stato sociale. Ovunque. Il Fondo Monetario Internazionale ha già messo in guardia dal fatto che la liquidità immessa sul mercato ha ingannato i mercati finanziari di tutto il mondo, generando alcuni dei peggiori eccessi che si siano mai visti a Wall Street in tempi moderni. Molti investitori stanno prendendo soldi in prestito per comprare azioni sul mercato azionario degli Stati Uniti ad un ritmo torrido, ricostruendo più o meno consapevolmente le stesse tipologie d’inge - gneria finanziaria che hanno preceduto le ultime due crisi della finanza globale. E bolla sarà. I coriandoli non spaventano Draghi, ma di certo fermano la corsa delle principali borse mondiali. Il simpatico siparietto che si è creato durante la recente conferenza della Bce non ha scosso più di tanto il numero uno di Francoforte. Ciononostante, Ambrose Evans-Pritchard, del Telegraph, sostiene che molti dei rischi che stanno emergendo in Europa sono il risultato diretto dei Quantitative Easings e della politica del tasso-zero. Il prolungarsi di un contesto fatto di bassi tassi d’interesse porterebbe infatti sfide molto difficili ad un certo numero di istituzioni finanziarie. Le società europee di medie dimensioni che operano nell’assicurazione-vita devono affrontare un rischio crescente ed angosciante. Il fallimento di uno o più assicuratori di medie dimensioni potrebbe innescare una perdita di fiducia nel settore". Sulla piattaforma Pieria, l’economista Frances Coppola confronta l’eurozona e gli Usa alla luce della teoria delle Aree Valutarie Ottimali. Benché nessuna delle due entità, a rigore, possa definirsi tale, Coppola sostiene che gli Usa hanno moltissimi strumenti per compensare questa imperfezione, mentre l’eurozona non ne ha nessuno. Peggio ancora, nell’eurozona non esiste alcuna volontà politica di dotarsi di questi indispensabili strumenti, ragion per cui essa è destinata al fallimento. La rigidità dei parametri, dunque, nonostante le buone intenzioni regna sovrana nel Vecchio continente e nulla lascia presagire ammorbidimenti. Anzi. 
La stessa Bundesbank - riporta il sito di informazione finanziaria Deutsche Börse Group, temendo una possibile flessibilità nelle sacre regole di bilancio s’azzarda ad elaborare una proposta politica di riforma della Uem, interpretando nel senso più realistico il principio dell’indipendenza della banca centrale, secondo cui la banca deve esser indipendente dalla politica, ma non viceversa. Le vecchie istituzioni europee potrebbero anche andare in pensione: una proposta chiave vedrebbe infatti la Commissione Ue sostituita da un organismo indipendente, col ruolo di guardiano del Patto di stabilità e di crescita, in mododa “ridurre il pericolo di accettare compromessi inadeguati che minino la disciplina di bilancio.” Ma Francoforte si spinge oltre, raccomandando l’introdu - zione di una procedura di insolvenza agevolata per i debiti sovrani, ”po - tenzialmente con il Meccanismo europeo di stabilità come agenzia di coordinamento”, per evitare le conseguenze dannose di un eccessivo debito sull’economia. 
Regole democratiche e progetto politico europeo rischiano così di diventare carta straccia. Ma la Storia ricorda altrettanti passaggi dolorosi per il Welfare State anche oltreoceano. Due atti fondamentali, entrambi sotto la presidenza del Democratico Bill Clinton alla fine degli anni ’90, portarono acompimento la deregolamentazione neoliberista della finanza. Il secondo forse meno noto del primo. Il primo fu l’abolizione del Glass -Steagall Act, che dagli anni ’30 separava le banche commerciali dalle banche d’affa - ri, voluto dal presidente F. D. Roosevelt per ridimensionare lo strapotere di Wall Street all’origi - ne della Grande Crisi del 1929. La sua abolizione ”fu come sostituire i forzieri delle banche con delle roulettes”, ironizza il giornalista investigativo Greg Palast. E ancora, la cancellazione simultanea da parte della World Trade Organization (Wto) delle normeche in ogni paese potevano ostacolare il trading dei derivati, quel gioco ad alto rischio a cui le megabanche volevano assolutamente giocare, il porcellino di ceramica da spaccare per il loro divertimento. L’abolizione di ogni controllo sui derivati aprì i mercati a quei prodotti contrattati ‘fuori Borsa’, compresi gli asset tossici avvenne su impulso dell’allora segretario al Tesoro Larry Summers e delle principali megabanche, che vennero persino invitate a fare esplicitamente lobby in vista del voto decisivo. Le discussioni sulle manipolazioni di valuta si sono a lungo concentrate sulla Cina, ma l’econo - mia con il più grande avanzo di partite correnti oggi non è la Cina; è l’eurozona. Infatti, con una cifra superiore ai 300 miliardi di dollari, il surplus di partite correnti dell’eurozona nel 2014 è stato di circa il 50% superiore a quello della Cina. 
In sostanza, la manipolazione della valuta è un qualsiasi intervento intenzionale che si traduca in una valuta sottovalutata e in un notevole avanzo di partite correnti, esattamente quello che viene rimproverato alla Bce. Se la Banca centrale europea dovesse sostenere tale politica per un periodo prolungato, le tensioni con gli Stati Uniti saranno pressoché inevitabili. Parte del leone, nei nuovi scenari globali, le fanno ancora le multinazionali. Attraverso il crescente indebitamento degli Stati, le megabanche e/o superfondi già azionisti di multinazionali stanno entrando nel capitale di controllo di un numero crescente di banche, imprese strategiche, porti, aeroporti, centrali e reti energetiche. Quando addirittura non rilevano la maggioranza del debito pubblico degli Stati. 
L’economista americano Michael Hudson, in un’in - tervista del 2011 dal titolo esplicito ”Greece now, US soon”, spiega bene come il problema non sia tanto ”la Germania contro la Grecia. E’ la guerra delle banche nei confronti del lavoro. La continuazione del Thatcherismo e del neoliberismo". Già nello stesso 2011 la rivista scientifica New Scientist spiegava che 147 corporations controllano il 40% dell’economia globale ed elencava le prime 50: la maggioranza delle 20 al top erano banche. Ed ora La Stampa, riprendendo un giornale tedesco, rilancia senza mezzi termini: fu davvero BlackRock a ispirare il "cambio di scena" del 2011 in Italia? BlackRock, il più grande gestore di patrimoni al mondo, nel BlackRock Sovereign Risk Index, colloca ancora oggi l'Italia tra i paesi più rischiosi al mondo per gli investimenti, dopo la Nigeria e prima dell’Argentina e della Grecia. Ed ecco che ricompare la Roccia Nera negli opachi intrecci fra fondi di investimento e megabanche che stanno facendo manbassa di tutto. Il nostro premier Renzi non a caso ha già da tempo incassato il supporto di Larry Fink, presidente e amministratore delegato del fondo BlackRock, la società di gestione americana più grande del mondo, con un patrimonio in gestione superiore ai 4.300 miliardi di dollari (dieci volte l’inte - ra capitalizzazione di Piazza Affari), di cui 59 miliardi in Italia, con 11mila dipendenti in 30 paesi e una presenza significativa in tutti i continenti. Un suo appoggio, dicono, vale letteralmente, oro. Ma per chi?

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