La guerra al terrorismo nel mondo post-verità

La guerra al terrorismo nel mondo post-verità 

Il paradosso della intelligence americana è sempre stato lo stesso: com’è possibile che l’apparato clandestino più lautamente finanziato del mondo fraintenda il mondo? John Foster su “The Battleground” scrive che nel suo ultimo libro, “The Mission: The Cia in the 21st Century”, Tim Weiner tenta di rispondere a questa domanda concentrandosi sul periodo in cui l’autoinganno cronico dell’agenzia si è trasformato in qualcosa di quasi metafisico. Weiner ha costruito una vera e propria carriera raccontando la storia dello stato di sicurezza nazionale “nella sua lunga e ininterrotta discesa dall’arroganza all’allucina zione”. ’Legacy of Ashes’, la sua precedente storia della Cia già premiata con il Premio Pulitzer, ripercorre la storia dell’agenzia nel dopoguerra con la fredda pazienza di un impresario di pompe funebri che spiega: ’No, tuo zio non è morto serenamente. È morto di una morte orribile per ferite autoinflitte dovute alla pura arroganza’.’

The Mission’ prosegue questo racconto, “mostrando come la Cia si sia trasformata da un’istitu zione che semplicemente fraintendeva il mondo in un’istituzio ne che ha iniziato a fabbricare la propria realtà. Ma questa non è la tipica storia di bugie raccontate per ottenere vantaggi geopolitici”. Weiner è interessato a qualcosa di più specifico: il modo in cui un’intera classe politica e burocratica è rimasta intrappolata in una narrazione da lei stessa ideata. I lettori di ’The Mission’ scopriranno come i neoconservatori, durante la presidenza di George W. Bush, abbiano costruito un labirinto discorsivo e poi abbiano prontamente bloccato ogni via d’uscita.

“Saddam Hussein - spiega Foster - era il minotauro in mezzo. Era la fonte di ogni male, la mente dietro ogni minaccia, la chiave di ogni enigma, compresi quelli che nessuno si era preso la briga di porsi. Dopo aver accettato la premessa che Saddam fosse l’onnipotente burattinaio del terrore globale, il mondo dell’intelligence si è trasformato in un cono gelato che si lecca da solo. Ogni frammento di informazione, per quanto malformato o contraddittorio, viene rimodellato per confermare la struttura di credenze già esistente”.

Una descrizione davvero puntuale. Weiner racconta tutto questo con una calma quasi forense, ma l’effetto è sorprendente. Si avverte la claustrofobia di un governo che esegue un elaborato rituale di produzione di conoscenza ignorando deliberatamente il mondo al di là del suo perimetro di sicurezza. “La Cia, concepita come un sobrio contrappeso all’entusiasmo politico, è invece diventata il principale artefice dell’allucinazione che avrebbe dovuto analizzare”.

Basti citare gli analisti informati che le prove a sostegno delle armi di distruzione di massa erano deboli. Chi ha dimenticato Colin Powelle e le sue provette? I soldati sul campo dubitavano delle proprietà magiche attribuite a Zarqawi. I diplomatici avvertivano che l’Iraq era un mosaico, non un monolite. “Ma una volta che il mito catturò l’attenzione della Casa Bianca, iniziò a tradursi in realtà. E la moderazione razionale - cautela, scetticismo, tentennamenti burocratici - si trasformò in tradimento”. Da lì, lo sgretolamento. “Leggendo la ricostruzione di Weiner degli anni successiviall’11 settembre, si comincia a percepire come l’attuale iperrealtà della destrapopulista - le teorie del complotto, le fantasie barocche delle macchinazionidello stato profondo, il bisogno febbrile di un uomo forte ed eroico - siano nate all’ombra della guerra al terrorismo. Fu l’amministrazione di George W. Bush a far crollare la distinzione tra intelligence e propaganda, tra prudenza e codardia, tra leadership e mascolinità teatrale. L’immaginario politico che oggi chiamiamo post-verità non fu incubato su Facebook, ma nella Situation Room. Da allora la gente non sa più a chi e a cosa credere” commenta Foster. Brutta situazione. Weiner, a suo merito, non cede mai alla tentazione di trasformare questa storia in una favola morale. I burocrati, gli appaltatori e gli operatori politici di cui scrive non sono cattivi da fumetto. Piuttosto, “sono americani che fanno ciò che gli americani al potere hanno fatto così spesso, confondendo la proiezione della forza con la comprensione della realtà. E la banalità di questo colossale fallimento dell’intelligence non fa che renderlo ancora più inquietante”. I lettori di ’The Mission’ prosegue Foster - capiranno come gli Stati Uniti siano entrati in una nuova atmosfera emotiva in cui la prudenza era percepita come un tradimento e le domande come un segno di debolezza. “Il pubblico americano era invitato a vivere in uno stato di minaccia permanente. Essere scettici nei confronti di questa logica significava essere ingenui. Ed essere ingenui significava essere antipatriottici. Poi, questa logica avrebbe dominato anche gli anni a venire, con altre guerre e l’arrivo di pandemie”. Secondo Weiner, questa interiorizzazione del mito all’inter no della burocrazia della sicurezza nazionale non era semplicemente un progetto politico, ma psicologico. Weiner costruisce una genealogia dettagliata delle patologie politiche che oggi plasmano la vita americana. L’insistenza successiva all’11 settembre sul fatto che la Casa Bianca dovesse esercitare un potere illimitato per il bene della salvezza nazionale si è trasformata, con cupa prevedibilità, nell’attuale argomentazione secondo cui qualsiasi sfida all’autori tà presidenziale è una cospirazione. ’The Mission’ mostra come la Guerra al Terrore non sia stata semplicemente un disastro di politica estera, ma il crogiolo in cui una generazione ha imparato che la certezza emotiva era più persuasiva dell’accuratezza empirica. “La Cia, costretta a un atteggiamento di aggressivo ottimismo, trascorse i successivi due decenni a produrre informazioni che oscillavano tra mezze verità e appagamento di desideri. Gli Stati Uniti, sforzandosi di dimostrare il loro predominio, rivelarono i limiti del loro potere con teatrale chiarezza. Gli artefici della guerra al terrorismo, certi di poter ricostruire il Medio Oriente, finirono per destabilizzarlo in modi che difficilmente comprendevano. La classe politica che pretendeva un’ob bedienza incondizionata ha finito per minare la credibilità stessa che pretendeva di difendere. E attraverso tutto ciò, l’opinione pubblica ha assimilato la lezione che le narrazioni ufficiali erano onnipresenti e inaffidabili, un vuoto in cui il pensiero cospiratorio si sarebbe presto riversato”. Questa è la lezione più importante che The Mission ci offre oggi. Gli americani vivono oggi in un panorama epistemico in cui la fede è una forma di identità, il dissenso è un gesto performativo e la verità è tutto ciò che lusinga il senso di risentimento di una persona. Quel paesaggio non si è materializzato dal nulla. È stato coltivato sotto l’amministra zione di George W. Bush e in quelle successive. Le stesse tecniche che la Guerra al Terrore ha normalizzato in politica estera – semplificazione narrativa, ricerca di capri espiatori, proiezione, moralizzazione della paura – sono facilmente riutilizzabili a livello interno. E così hanno fatto gli Usa e a ruota molti governi. “Visti in questa luce, gli istinti autoritari della destra populista odierna sembrano più una rivelazione tardiva che un’aberrazione. È la Guerra al Terrore rivolta verso l’interno” scrive Foster. Alla fine, ’The Mission’ comunica un senso di tragica circolarità ed atterra con una forza sorprendente nell’attualità.

La Guerra al Terrore non è stata semplicemente una disavventura geopolitica; è stato un evento culturale che ha cambiato il modo in cui gli americani pensano alla verità, all’autorità e al dissenso. Il suo linguaggio, il suo immaginario, hanno contribuito a preparare il terreno per una politica in cui la fede è un’arma e la realtà un inconveniente. Internet e l’intelligenza artificiale hanno fatto il resto”: un articolo di James Corbett riprende la “Dead Internet Theory”, una convinzione che sta guadagnando sempre più credito nel 2026: per la Dead Internet Theory,l’Intenet contemporaneo consisterebbe ormaiprincipalmente in varie attività di bot e contenuti generati automaticamente, rendendo marginale l’attività umana, al fine di manipolare la popolazione. Chissà. Fatto sta che Corbett ha ragione nel dire che internet sta diventando sempre più “morto”: meno autentico, più manipolato, dominato da algoritmi, bot e contenuti generati per engagement piuttosto che per connessione umana reale. I veterani di Corbett ricorderanno i report del 2018 sulla Weaponizzazione dei Social Media, in cui si spiegava come spie usassero piattaforme social per diffondere propaganda e influenzare l’opinione pubblica. Dopo la psyop del QAnonsense, l’avvento della 77th Brigade e l’acquisizione di ogni piattaforma social maggiore da parte di ex ufficiali dell’intelligence, non è una sorpresa per nessuno che internet non sia più quello degli albori. Il concetto di un internet dominato dai bot poteva sembrare stravagante quando la teoria fu proposta per la prima volta, ma è decisamente meno stravagante in quest’era di slop video, slop articoli, slop paper scientifici e slop podcast. Ci sono cose che possiamo fare per rendere il mondo online leggermente più umano. Puoi evitare spie, troll e cyberwarrior (in gran parte) evitando del tutto le principali piattaforme social e partecipando alle discussioni in circoli più selezionati. Puoi prendere maggiore controllo della tua vita online usando Rss invece di permettere agli algoritmi di determinare cosa leggerai, guarderai o ascolterai. Ma forse la vera soluzione a questa emergenza generata da bot, propagato da spook e infiammato da troll non si trova online. Forse la soluzione si trova nella vera comunità umana. In persone reali che si riuniscono nel mondo reale per riconnettersi con ciò che è davvero umano.

Raffaella Vitulano

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