Manicomio armato o escatologia? Un sistema di artigli e pugnali


Manicomio armato. Il palcoscenico di una guerra globale mostra nuovi e vecchi mostri. Tra questi ultimi, che non smettono di blaterare come se non ne avessero già combinate abbastanza, ci sono Tony Blair e José Maria Aznar, non paghi di indimenticabili premierati rispettivamente di Gran Bretagna e Spagna. “Uno degli effetti collaterali di questa crisi globale - scrive il giornalista Fulvio Scaglione - è quello di darci la sensazione di vivere in una riedizione di La notte dei morti viventi, il film cult di George A. Romero che risale al 1968. E infatti il titolo originale del film era The Flesh Eaters, i mangiatori di carne (umana s’intende). Però la ricomparsa dei morti viventi, di questi flesh eater senza vergogna, non va presa sottogamba. Se si rifanno vivi con questa sicumera è perché sentono di avere le spalle coperte, di poter tornare sulla cresta dell’onda a dispetto dei misfatti e dei disastri compiuti (...). E poiché non si sa mai, prepariamo pallottole d’argen to e picchetti di frassino. Potrebbero servire”. La guerra in Medio oriente non vuole solo infliggere dolore simbolico e/o fisico. È qualcosa che va ben oltre. Ben oltre. Siamo di fronte ad una svolta storica, per spiegare la quale non bastano, o non servono affatto, i criteri economici: nessuno sta traendo al momento effettivi vantaggi, anche se in prospettiva se ne intravedono alcuni. Al momento il movente più acclarato sembra una dottrina venata di estremismo religioso e attese messianiche. Persino i comandanti americani stanno motivando le truppe dicendo che si tratta di una guerra “biblica”. E’ una guerra del bene contro il male, in cui ogni parte si dice ovviamente dalla parte del Bene. Le controparti vengono rispettivamente considerate “regimi criminali” che hanno oltrepassato il limite e hanno abbracciato il male come loro credo. Entrambe le parti invocano la resistenza militare evocando demoni a ogni piè sospinto. Israele ha pianificato una guerra contro l’Iran da decenni. E le braci della resistenza - a Gaza, Iraq, Libano, Siria, Yemen - non sono state spente. Con l’attacco all’Iran, stanno diventando un fuoco. Non c’è altrettanta chiara motivazione da parte di Washington, perché l’attacco all’Iran non è da ricercare né alla Casa Bianca né al Pentagono. Questo piano è stato elaborato a Tel Aviv decenni fa, come abbiamo più volte scritto. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lo ha ammesso: “Questo sforzo congiunto ci permette di realizzare ciò che ho sperato di realizzare per 40 anni: annientare completamente il regime del terrore. Questa è la mia promessa e questo è ciò che accadrà”. I leader israeliani sposarono una dottrina suicida nota come “opzione Sansone ”, secondo cui Israele avrebbe preferito far esplodere il suo arsenale nucleare piuttosto che subire una sconfitta militare convenzionale. L’opzione Sansone rifiuta oggi implicitamente l’idea che a qualsiasi altro Stato del Medio Oriente possa essere consentito di acquisire una bomba e quindi livellare il campo di gioco militare con Israele. Va nella stessa direzione ideologica la nuova alleanza tra India e Israele, che non riguarda il commercio o la vendita di armi. È un’al -leanza strategica tra due progetti di supremazia religiosa ed etnica - il maggioritarismo indù e il sionismo ebraico - che si insinua in un più ampio sistema di militarizzazione e destabilizzazione regionale. Ne scrive così Jamal Kanj su Middle East Monitor, spiegando tale alleanza come un “esagono” o rete di sicurezza, progettato per frammentare il mondo arabo e musulmano, sfruttare il militarismo statunitense e intrappolare la regione in un confronto permanente. Al centro, un sistema di artigli e pugnali: una pressione esterna crescente da più direzioni, combinata con una penetrazione interna che erode la coesione nella regione del Golfo Persico: “Vedere Modi parlare alla Knesset israeliana, descrivendo Israele come il padre e l’India come la madre, è stato profondamente sconvolgente: una versione dell’India irriconoscibile per il Congresso Nazionale Indiano, un’organizzazione basata su principi, che ha guidato il paese verso l’indipendenza”. L’India avrà un ruolo centrale in questa guerra. E forse non è un caso che la visita di Stato di due giorni di Modi in Israele si sia tenuta proprio il 25-26 febbraio scorsi, alla vigilia dell’attacco all’Iran. “Nuova Delhi si sta trasformando da attore postcoloniale a pilastro ausiliario dell’egemonia coloniale israelo-occidentale, il braccio armato di Israele pronto a inglobare il margine orientale della Penisola Arabica. L’Arabia Saudita è il prossimo obiettivo di Israele. Gli Emirati Arabi Uniti saranno il pugnale della nuova alleanza conficcato nel fianco della Penisola”. Per Jamal Kanj, Pakistan e Turchia rappresentano altri ostacoli. Con l’I ran neutralizzato e gli Emirati Arabi Uniti inglobati nell’asse India-Israele, il Pakistan si trova ad affrontare isolamento geografico, vulnerabilità economica e la pressione indiana. Un’al leanza indù-ebraica che estende gli artigli su tutta la regione, dalla Grecia all'India, con un pugnale nella Penisola Arabica. In questo modo, Israele raggiunge tre obiettivi: contenere il Pakistan attraverso l’India, frammentare la regione petrolifera e preparare il terreno per affrontare la Turchia come atto finale”. “Se fallisse, il tentativo dell’India di stringere questa alleanza - conclude - potrebbe avere un costo economico elevato. Cedere i suoi scambi commerciali con il mondo arabo in cambio dell’accesso alla tecnologia americana è rischioso. Il professor Jiang Xueqin - consulente politico sino canadese noto anche per il suo canale You-Tube Predictive History, predice la fine dell’impero statunitense. Utilizzando modelli storici e la teoria dei giochi, il professor Jiang critica la mancanza di una chiara strategia statunitense e discute di come la guerra stia innescando un’instabilità economica globale, colpendo in particolare le economie asiatiche dipendenti dal petrolio attraverso la lente della deindustrializzazione e della rimilitarizzazione. “Non credo che ci sia una via d’uscita per questa guerra. Penso che sia molto difficile una de-escalation. Alla fine, anche altre nazioni dovranno essere coinvolte. Se l’Arabia Saudita viene attaccata dall’Iran, il Pakistan deve intervenire in suo aiuto. E sappiamo che il Pakistan possiede armi nucleari. A breve termine, possiamo aspettarci che l’intero Medio Oriente venga prima o poi coinvolto in questa guerra. A lungo termine, prima o poi le economie del Sud-Est asiatico dovranno intervenire, come Corea del Sud e Giappone, a fianco degli Usa. Trump è poi ancora intenzionato a rovesciare il governo cubano. Quindi è possibile che tra due settimane, mentre la guerra è ancora in corso, Trump attacchi Cuba, il Messico o la Colombia. È una follia totale. Ma questo è, purtroppo, il comportamento di un impero in declino”. Israele è fortemente impegnato a creare una conflagrazione regionale “per creare il maggior caos possibile”. Non si tratterebbe dunque tanto di una guerra di logoramento quanto di distruzione: “È chiaro da ciò che sta accadendo sul campo che americani e israeliani sono intenzionati a distruggere completamente e totalmente la capacità del governo iraniano di fornire servizi di base alla sua popolazione. Ciò che l’Iran vuole fare è sostanzialmente cacciare gli Stati Uniti dal Medio Oriente, così da controllare lo Stretto di Hormuz e l’accesso al commercio per il mondo intero. E quindi gli stati del Golfo diventeranno sostanzialmente stati clienti dell’Iran, anziché degli Usa. E quei soldi del petrolio potranno quindi finanziare la ricostruzione dell’Iran. Questa è la partita finale, per gli iraniani”.

Il Consiglio di cooperazione del Golfo ormai “è spacciato. Non credo sia possibile tornare indietro da quello che sta succedendo. E una volta finita questa guerra - commenta Jiang Xueqin, consulente politico sino canadese - credo che Israele emergerà come potenza dominante in Medio Oriente. Realizzerà il Progetto del Grande Israele, ma gli iraniani comunque non perderanno questa guerra. Manterranno la loro sovranità anche se questa guerra distruggerà molte delle loro infrastrutture. Questo porterà a un conflitto regionale a lungo termine tra Iran e Israele. E nell’escatologia - islamica, ebraica e cristiana - questo conflitto tra Iran e Israele è spesso definito la guerra di Gog e Magog, il mondo intero attaccherà Israele. Ma prima che ciò accada, Israele realizzerà il Progetto del Grande Israele. Il baricentro si trasferirà da Washington a Gerusalemme, che controllerà tutto il commercio globale” e le tre tendenze principali saranno: deindustrializzazione, mercantilismo e rimilitarizzazione. Usa e Cina si riavvicineranno e la Russia aspetterebbe solo l’impanta namento degli Usa sul terreno iraniano. “A quel punto presa Odessa, avrà sostanzialmente raggiunto tutti i suoi principali obiettivi militari. Come diremmo noi cinesi: viviamo davvero in tempi interessanti” conclude Jiang Xueqin.

L’asse India-Israele potrebbe essere deragliato. Gli stati arabi del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita, esercitano una forte influenza: milioni di lavoratori indiani sostengono le economie del Golfo; le aziende indiane operano in tutta la regione; le rimesse sostengono la stabilità interna. Se gli stati del Golfo rimanessero passivi, gli artigli e il pugnale si estenderebbero ulteriormente. Il 6 luglio 2017 Modi è stato il primo primo ministro indiano a visitare Israele. Ha snobbato l’Anp, suscitando la condanna dei funzionari palestinesi, riferisce Al Jazeera. Quell’anno, Nuova Delhi divenne il maggiore acquirente di armi israeliane, per un valore di 715 milioni di dollari. La partnership di difesa tra i due Paesi è continuata da allora. Jeffrey Epstein inviò un’e-mail a un individuo non identificato da lui definito ’Jabor Y’, dicendo: “Il primo ministro indiano Modi ha seguito il consiglio e ha ballato e cantato in Israele per il bene del presidente degli Stati Uniti. Si erano incontrati qualche settimana fa... Ha funzionato!”. Poco dopo la visita di Modi in Israele, Larry Summers (anche lui citato negli Epstein files), ex segretario del Tesoro Usa, chiese a Epstein se ritenesse ancora che Trump fosse un presidente migliore della sua rivale Hillary Clinton. Epstein rispose affermativamente.


Raffaella Vitulano


Commenti

Post più popolari