La visione di Zbigniew Brzezinski dimenticata dall’Occidente


Lle democrazie non possono prosperare con sistemi finanziari fuori controllo. Uno dei concetti più profetici dello stratega americano Zbigniew Brzezinski nel suo libro “Strategic Vision” fu quello del risveglio politico globale. Brzezinski sostenne che, per la prima volta nella storia, l’intera popolazione mondiale (parliamo del 2012) fosse ormai politicamente consapevole e raggiungibile attraverso la stampa e i social media. Ciò significa che le tradizionali manovre “imperiali” non sono più possibili perché la popolazione locale inevitabilmente resisterà e si mobiliterà contro gli imperialisti e il neocolonialismo. Lo stiamo vedendo chiaramente nella guerra contro l’Iran. Nonostante le proteste di massa contro le difficoltà economiche e la corruzione, la popolazione iraniana si è stretta attorno alla bandiera e ha resistito alla capitolazione sotto gli intensi bombardamenti statunitensi e israeliani. Brzezinski discusse dei mutamenti negli equilibri di potere globali, analizzando la situazione in Cina, Europa, Turchia, Russia, Stati Uniti e la Primavera araba. E con chiarezza diagnosticò il problema fondamentale che gli Stati Uniti si trovavano ad affrontare oggi: “Entro il 2025, gli Stati Uniti potrebbero perdere la loro posizione di potenza dominante a livello mondiale, il che porterebbe a un sistema internazionale più caotico e conflittuale”. “Siamo così presi dalla crisi attuale e così privi di una prospettiva a lungo termine da non avere una visione strategica che ci dia un senso di slancio storico” disse in un’in tervista lo stesso anno. “La democrazia è in grado di rispondere, a patto che ci concentriamo sugli obiettivi giusti. La questione oggi è se le democrazie possano prosperare con sistemi finanziari fuori controllo, capaci di generare conseguenze egoistiche e vantaggiose solo per pochi, senza un quadro efficace che ci offra un senso di scopo più ampio e ambizioso. Questo è il vero problema. Oggi si riscontra un pericolosissimo squilibrio tra la mancanza di disciplina di bilancio, l’impegno per l’austerità, la determinazione a tenere sotto controllo l’inflazione e a mantenere una costosa politica sociale, da un lato, e, dall’altro, la totale assenza di una visione d’insieme sulla direzione che le nostre società nel loro complesso dovrebbero intraprendere”. Parlò anche dell’Europa, auspicando una doppia velocità; un’Eu ropa che sia in parte e al contempo un’unione politica e monetaria nel suo nucleo, che accetti il ruolo guida di Bruxelles, circondata da un’Europa più ampia che non condivide la moneta unica ma ne condivide tutti gli altri vantaggi, ad esempio la libera circolazione di persone e merci. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter sosteneva l’idea di un Occidente allargato - inclusivo di Russia e Turchia - che sarebbe un elemento molto importante per contribuire a una maggiore stabilità globale. “Un Occidente allargato - in cui gli Stati Uniti svolgessero il ruolo di conciliatore e al contempo di garante dell’equilibrio in Asia - sarebbe più in grado di elaborare politiche costruttive per affrontare le problematiche globali rispetto a un mondo in cui crescono turbolenze e conflitti, con molti piccoli attori che perseguono i propri interessi. In tal caso, sarebbeimpossibile raggiungere un compromesso di ampia portata per mantenere la stabilità”. Sapeva quel che diceva, dato il suo più grande fallimento come Consigliere per la Sicurezza Nazionale (1977-1981) fu proprio l’Iran: la rivoluzione del 1979 e la crisi degli ostaggi. L’intelligence statunitense non riuscì a prevedere la Rivoluzione del 1979 e la caduta dello Scià, affidandosiai servizi di sicurezza dello Scià per ottenere informazioni. In un ripetersidella storia, nel 2026 Trump ha valutato erroneamente l’anda mento della guerra basandosi sulle informazioni fornitegli dal Mossad. Questi fallimenti insegnarono a Brzezinski che le soluzioni militari ai problemi iraniani sono solitamente catastrofiche. La sua successiva difesa del dialogo e della deterrenza riflette questa saggezza, conquistata a caro prezzo, una saggezza ignorata dai politici statunitensi. Mentre la Cina si concentra sul lungo termine e pianifica il proprio futuro, gli Stati Uniti, in particolare, sono afflitti da una mentalità a breve termine. Brzezinski era assolutamente favorevole ad avvicinare la Turchia all’Occidente, o a integrarla il più possibile: “Senza dubbio, è il miglior alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente. Ma la Turchia al momento non rappresenta un modello per le nuove democrazie arabe, perché al momento non esistono nuove democrazie arabe. Non bisogna confondere il risveglio politico in diversi paesi arabi, che ha prodotto movimenti populisti molto attivi, con l’effettiva comparsa della democrazia”.

In realtà, le amministrazioni statunitensi che si sono succedute dal 2012 hanno perseguito l’e satto opposto delle raccomandazioni di Brzezinski: hanno accantonato la deterrenza; non hanno impedito l’allineamen to tra Cina, Russia e Iran; si sono spinte troppo oltre e stanno provocando uno scontro su tre fronti in Ucraina, Iran e Taiwan; hanno dimenticato gli accordi multilaterali; hanno esasperato l’aggravarsi delle divisioni politiche interne. Il fulcro della sua visione strategica per il futuro era un Occidente allargato composto da potenze democratiche che accogliesse la Cina. Eppure l'Occidente, a cominciare dagli Stati Uniti, sta attraversando un periodo di decadenza politica. Alla fine, gli avvertimenti di Brzezinski rimasero inascoltati. L’attuale crisi conferma la sua profezia e suggerisce che, senza un cambio di rotta, la visione strategica del declino americano si autoavvererà. Brzezinski sosteneva che l’Iran prediligesse un equilibrio tra Oriente e Occidente. Tuttavia, con l’uso della forza militare nel 2026, l’Occidente ha di fatto costretto Teheran ad abbandonare tale equilibrio e a cercare una “garanzia di sicurezza” da Pechino e Mosca, realizzando l’incubo di Brzezinski di un blocco eurasiatico unificato e anti-occidentale. Nel suo libro, Brzezinski indicò specificamente il 2025 come punto di svolta. Sostenne che, se entro quella data gli Stati Uniti non avessero rivitalizzato la propria economia interna e non avessero corretto la propria “mentali tà ignorante da stato di guarnigione” avrebbero perso il loro ruolo di arbitro globale. Leggendo queste parole oggi, il conflitto attuale appare meno come una guerra localizzata e più come la corsa post-americana da lui prevista. Laddove Washington vede la deterrenza attraverso sanzioni e attacchi aerei, Teheran vede una minaccia esistenziale alla sovranità che richiede un’escalation piuttosto che la sottomissione. Oggi, una nuova teoria del domino governa la politica mediorientale: postula che un cambio di regime o la totale neutralizzazione dell’I ran porteranno a un effetto domino democratico in tutta la regione, o, al contrario, che qualsiasi influenza iraniana creerà una mezzaluna sciita che inevitabilmente rovescerà gli alleati occidentali. Trattando l’Iran come pilastro da abbattere, la strategia occidentale rischia di incorrere nella “opzione Sansone”, non sempre in senso metaforico: abbattere i pilastri della stabilità regionale e subire le conseguenze del crollo che ne consegue. Se gli Stati Uniti seguiranno la strada di McNamara, basata su un’esca lation priva di empatia culturale, rischieranno di spingere il regime iraniano a un punto in cui non avrà più nulla da perdere. In uno scenario del genere, l'Opzione Sansone – la disponibilità a distruggere il tempio per eliminare i propri nemici – passa da dottrina teorica a terrificante realtà.L'Iran sopravvivrà e ne uscirà ancora più anti-americano. Le forze filo-occidentali interne, i cosiddetti 'riformisti', saranno messe da parte, forse addirittura eliminate.

Nel romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa il giovane Tancredi Falconeri esprime allo zio, il Principe di Salina, come l’aristocrazia debba affrontare i cambiamenti portati dalla rivoluzione di Garibaldi: “Se vogliamo che le cose restino come sono, tutto deve cambiare”.

Questa potrebbe essere l’essenza dei rapidi sviluppi che osserviamo oggi nell’arena geopolitica. I confini sono oggetto di contesa. Le risorse vengono riorganizzate. Le valute si adattano. Ma il risultato di questi cambiamenti non altererà in modo significativo il sistema mondiale, bensì solo il suo ordine. Il sistema mondiale è la spina dorsale su cui si fonda la nostra cultura, la prassi vivente di una società. La spina dorsale delle società moderne è costituita dal sistema finanziario, dalle sue fonti energetiche e dall’assetto di potere basato sugli stati nazionali. Ci sono altri elementi importanti, come le tecnologie digitali - la cui crescita esponenziale è legata al sistema finanziario e alle fonti energetiche che si stanno integrando in questa struttura portante e che, a loro volta, stanno rendendo obsoleta l’attuale forma del sistema finanziario e dello Stato-nazione. La transizione verso un ordine mondiale multipolare sembra ormai inevitabile. Hrvoje Moric, già insegnante di storia e professore di relazioni internazionali, su Off Guardian scrive che la “multipolarità dei Brics” viene presentata come un contrappeso e una risposta o soluzione dialettica al globalismo imperialista occidentale. Ma lo è davvero? “Stiamo assistendo all’ingresso dell’Oriente nel governo mondiale guidato dal globalismo occidentale, e non viceversa. Qui non ci sono buoni, nessun attore onesto. Ogni Stato nazionale è governato da un cartello oligarchico e da una mafia, infiltrati dalla classe internazionale. Chiedete a un qualsiasi cittadino medio di qualsiasi Paese e molti vi dirannoche sì, il loro governo è corrotto e gestito da un’oligarchia che si arricchisce il più possibile senza curarsi minimamente dei propri cittadini. Il trucco sta nel capitalizzare sui sentimenti genuini di giusta indignazione, malcontento ed emarginazione e nel fornire loro una narrazione credibile e un consenso tale da convincerli, di propria spontanea volontà, ad unirsi consapevolmente (o inconsapevolmente) alla corsa finale verso un governo mondiale e la convergenza tra Oriente e Occidente. In altre parole, convincerli ad acquistare la corda con cui verranno impiccati, insieme a tutti noi”.


Raffaella Vitulano

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