La lotta di classe di Obama e le caramelle Altoids di Bush a Michelle
Ivan Savin, professore associato di analisi quantitativa presso la Escp Business School, e Lewis King, ricercatore post-dottorato in economia ecologica presso l’Universitat Autònoma de Barcelona, lo dicono senza girarci intorno: gli interessi legati ai combustibili fossili hanno una grande responsabilità nel negazionismo del cambiamento climatico. Ma lo stesso vale per coloro che, con le loro promesse, hanno diffuso l’idea che la riduzione delle emissioni di gas serra non avrebbe comportato alcun costo per la crescita. Insomma, il Green New Deal crea disoccupazione e povertà se non gestito adeguatamente. Pubblicato originariamente su The Conversation, lo studio evidenzia tutte le divergenze tra ricercatori ed accademici da un lato - scettici sulla necessità di una crescita economica per raggiungere gli obiettivi sociali e ambientali di una società sostenibile - e l’opinione pubblica - che assegna ancora un ruolo centrale alla crescita economica nella costruzione di una società sostenibile. Se poi pensiamo che alcuni studiosi sostengono che dovremmo abbandonare del tutto la crescita come obiettivo politico centrale, in quanto controproducente rispetto al rispetto dei limiti ambientali, va da sé che il baratro tra le due posizioni è netto. Quindi, se il capitalismo è davvero l’unica opzione possibile come sosteneva il famigerato slogan della Thatcher (“Non ci sono alternative”, There is no alternative, Tina) e non vogliamo ripetere l’espe rienza del movimento dei gilet gialli innescato dalle dichiarazioni di Macron sul cambiamento climatico, il costo economico delle politiche dei governi dovrà tenere conto della crescita. I miliardari che amano le feste faticano a far digerire ai poveri la lotta al cambiamento climatico. Ma i poveri hanno altre esigenze: quest’e state, grazie alla guerra con l’Iran e a un super El Niño, stiamo avendo un assaggio di cosa si prova quando la curva di produzione di cibo e altri beni diventa negativa. Chi ha soldi se la caverà, e chi ne ha molti probabilmente ne trarrà vantaggio, ma per la maggior parte delle persone diventa sempre più difficile rispondere a domande su come allocare risorse scarse quando il cibo continua ad aumentare di pari passo con le tariffe dell’elettricità per far funzionare l’aria condizionata sotto ad una cappa di afa. E’ un punto su cui la sinistra per prima dovrebbe riflettere. “Cosa condivide Burnham con Farage? Tutta la politica è ormai postliberale. Cosa si può dire della politica britannica negli ultimi dieci anni, con il Paese stretto tra il desiderio dell’elettorato di un cambiamento totale e l’incapacità di Westminster di attuare riforme?”, scrive Aris Roussinos su Unheard. Perché la Burnhamomics fallirà ce lo spiega Wolfgang Munchau, direttore di Eurointelligence e editorialista di UnHerd, raccontando come la sinistra ha abbandonato la teoria economica. “I giornalisti politici britannici hanno già delineato una narrazione univoca per Keir Starmer e Andy Burnham. Starmer, secondo la loro tesi, non era affatto un politico. È entrato in politica in età avanzata e non si è mai sentito a suo agio con i suoi ritmi. Burnham, al contrario, è un politico del popolo, un leader nato, un vincente. Non credo a questa storia, non importa quante volte venga ripetuta” esordisce. Jim O’Neill, ex capo economista di Goldman Sachs e ora consulente di Burnham, si sarebbe espresso a favore di un fondo pubblico di investimento pluriennale sul modello tedesco. Per rendere la sua idea appetibile ai mercati obbligazionari, O’Neill ha suggerito che il Regno Unito elimini il meccanismo di indicizzazione tripla delle pensioni. Ma così perderebbe anche il sostegno di molti pensionati. “Se non si vogliono tagliare le spese militari o assistenziali e non si ha margine per aumentare l’inde bitamento, l’unica alternativa rimasta sarebbe aumentare le tasse. Ma anche questa soluzione non funziona. Purtroppo, Burnham e il suo team non vivono in questo mondo. Forse si era preparato per la sua presa di potere, ma non ha riflettuto sui dettagli più concreti della politica economica. L’unica previsione chemi sento di fare è che senza una ripresa della crescita della produttività, nessun primo ministro può avere successo. Un socialista con un po’ di cervello potrebbe fare proprio questo: iniziare riprendendo il controllo della Banca d’Inghilterra e imponendo un governatore che appoggi le sue politiche. I progressisti della nostra generazione sono per lo più disinteressati all’economia, a differenza dei loro predecessori del XX secolo, incentrati sull’economia keynesiana”. Spostandoci negli Usa, la situazione a sinistra non va meglio, se pensiamo all’eredità di Obama e ai suonatori di cornamuse (o dei pifferai magici). Scrive Conor Gallagher su Naked Capitalism: “Mentre le celebrità si riversavano al Presidential Center di Chicago, dall’altra parte della città i vigili del fuoco evacuavano i pazienti da un altro ospedale distrutto da investimenti privati. È difficile trovare le parole giuste per criticare la cerimonia di apertura dell’evento dell’Obama Presidential Center in occasione del Juneteenth. Il fatto stesso che si sia tenuta nel giorno che commemora la fine della schiavitù negli Stati Uniti, nonostante Obama abbia distrutto la ricchezza dei neri, e poi l’appropriazione di un parco pubblico, la bruttezza dell’edificio, gli oligarchi che lo hanno finanziato, la totale mancanza di sensibilità nel festeggiare con una festa piena di celebrità e autocelebrativa mentre il mondo è in fiamme, il sequel del blog per famiglie Michelle e le pastiglie per la tosse Altoids e le infinite discussioni sul fatto che se solo potessimo sbarazzarci del mostro che attualmente occupa la Casa Bianca e tornare a com’era prima, tutto andrebbe bene nel mondo” lasciano sinceramente molto perplessi. Gallagher documenta storicamente il nesso tra Obama, il monolite di cemento e i pazienti in dialisi evacuati da una struttura sanitaria smantellata da investitori privati. Scrive dei fallimenti dell'Affordable Care Act (Aca) e di come la risposta di Obama alla crisi dei pignoramenti ha permesso al private equity di accaparrarsi case a prezzi stracciati per poi affittarle alla gente comune e di come l’Aca ha contribuito ad aprire la strada a un ruolo crescente del private equity nel settore sanitario. “Sono trascorsi 17 anni dall’approvazione dell’Aca, un decennio da quando Obama ha lasciato l’incarico, e i Democratici continuano a fingere che non sia stato un mandato devastante per la maggioranza degli americani. E per quanto vogliano far credere che l’Obama Center sia un faro di speranza, sembra piuttosto un santuario dedicato ai criminali di guerra più raffinati, sia per le guerre all’estero che per la lotta di classe in patria. Ma ehi, almeno si scambiano le caramelle Altoids”.
Secondo Adam Bienkov di Byline Times, le testate giornalistiche dovrebbero essere molto più chiare sui potenziali conflitti di interesse che circondano gli interventi di ex politici. Il riferimento è all’ex primo ministro conservatore Rishi Sunak durante il programma Today di BBC Radio 4, nonché all’onnipresente ex premier Tony Blair. Entrambi super favorevoli all’intelligenza artificiale: Sunak percepisce uno stipendio annuo di 373.000 sterline da una delle più grandi aziende di intelligenza artificiale al mondo; il Tony Blair Institute ha come principale finanziatore Larry Ellison, un miliardario del settore tecnologico. Un altro ambito in cui Sunak e Blair sembrano essere d’accordo è quello delle emissioni zero: “Blair ha insistito sul fatto che i milioni di dollari ricevuti dal suo istituto per la consulenza fornita agli stati petroliferi mediorientali non hanno assolutamente nulla a che vedere con la sua attività di lobbying per ridimensionare i progetti di energia rinnovabile nel Regno Unito. Tuttavia, quando il suonatore di cornamusa continua a suonare esattamente le stesse melodie che le persone che lo pagano vogliono sentire, allora è perfettamente lecito chiedersi se non ci sia una relazione tra le due cose”. Lo studio di Savin e King ha intervistato quasi 17.000 persone in 13 paesi europei e una netta maggioranza - quasi il 60% - ritiene che la crescita economica sia necessaria per raggiungere obiettivi sociali e ambientali. Meno di uno su dieci assume una posizione chiaramente scettica nei confronti della crescita. Per la maggior parte degli intervistati, la crescita economica non è vista come qualcosa da limitare o abbandonare, ma come un elemento fondamentale per aspetti chiave delle società moderne, dal finanziamento della tutela ambientale al miglioramento della qualità della vita. Ciò contrasta nettamente con le precedenti ricerche sugli esperti di politica climatica, in cui solo circa il 14% dei ricercatori si era espresso a favore della crescita, mentre una quota ben maggiore si era mostrata indifferente o scettica sul ruolo della crescita. Se le politiche climatiche vengono formulate in modo da sembrare che minino la stabilità economica o i servizi pubblici, potrebbero insomma faticare a ottenere consenso tra le popolazioni europee.
Raffaella Vitulano

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