Netanyahu si gioca il tutto per tutto in un clima di tensione e sospetti


Nelle elezioni israeliane, Netanyahu dovrà fare i conti con le conseguenze del fallimento del 7 ottobre, scrive l’edito rialista Dan Perry su Forward. La tensione pre-elettorale è altissima: a pochi giorni dall’appuntamento del 27 ottobre, gli ex collaboratori di Netanyahu rilasciano testimonianze esplosive, accuse di falsificazione di documenti e richieste di un’inchiesta indipendente. In tre anni di guerra il pil di Israele è cresciuto del 10% e la borsa del 120% ma il Paese è stato travolto da uno straordinario scontro tra il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e i suoi ex collaboratori più stretti in merito a ciò che sapeva prima del massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, a come ha utilizzato tali informazioni e se il suo ufficio abbia successivamente cercato di riscrivere la storia. La scintilla che ha fatto scattare la reazione è stata una clamorosa intervista televisiva rilasciata giorni fa dal generale di brigata in pensione Avi Gil, ex segretario militare di Netanyahu, che aveva prestato servizio al suo fianco prima e durante l’attentato che causò circa 1.200 morti e il sequestro di 251 persone. Gil era rimasto in silenzio per tre anni, in attesa di presentare le sue prove a una commissione d’inchiesta statale. Ma, con Netanyahu che bloccava tale inchiesta, in un evidente tentativo di deviare le responsabilità, Gil ha deciso di parlare pubblicamente. Un’inchie sta pubblicata dalla Cnn lo scorso 8 ottobre scrive che 24 dei 40 ostaggi israeliani morti durante la prigionia hanno perso la vita in circostanze riconducibili alle operazioni dell’esercito israeliano. É il risultato di un’indagine giornalistica americana basata su testimonianze delle famiglie, documentazione disponibile e colloqui con funzionari governativi e militari israeliani. Quanto descritto andava ben oltre i fallimenti dell’intelligence e della preparazione militare già ampiamentedocumentati. Gil ha accusato l’ufficio di Netanyahu di aver tentato di falsificare un verbale ufficiale risalente alla mattina dell’attacco. Ha contestato la versione del primoministro riguardo ai primi avvertimenti ricevuti. Ha confermato che Netanyahu ha respinto le raccomandazioni per operazioni militari preventive contro Hamas. E ha descritto come considerazioni politiche abbiano influenzato le decisioni sui negoziati per il rilascio degli ostaggi, potenzialmente prolungando la prigionia di persone che avrebbero potuto essere riportate a casa prima, e vive. Un’inchiesta separata, pubblicata da Yedioth Ahronoth, che confronta la versione di Netanyahu con i verbali originali delle discussioni sulla sicurezza, ha riportato omissioni e distorsioni significative, tra cui casi in cui Netanyahu avrebbe respinto le proposte di colpire i leader di Hamas. La rivelazione più esplosiva è stata quella di Gil riguardo a un presunto tentativo da parte dell’allora capo di gabinetto di Netanyahu, Tzachi Braverman, di modificare l’orario ufficiale di una conversazione telefonica del 7 ottobre, anticipandolo dalle 6:40 alle 6:29. Modificare l’o rario avrebbe potuto dare l’impressione che Netanyahu avesse impartito istruzioni fin dai primi istanti dell’atten tato. Gil ha affermato che una stenografa gli aveva riferito di aver ricevuto istruzioni di alterare la registrazione, spingendolo a informare il procuratore generale. Nitzan Alon, un altro generale in pensione che guidò l’operazione governativa per il rilascio degli ostaggi e partecipò ai negoziati per gran parte della guerra, ha dichiarato ai giornalisti che “sarebbe stato possibile porre fine alla guerra un anno prima” e salvare la vita di numerosi ostaggi che in seguito morirono in prigionia. Un altro scontro significativo coinvolge Ronen Bar, ex capo dell’a genzia di sicurezza interna Shin Bet, che Netanyahu ha ripetutamente incolpato per i fallimenti del 7 ottobre. Tali controversie hanno acquisito ulteriore rilevanza alla luce delle notizie secondo cui alti funzionari egiziani ed emiratini avrebbero avvertito Netanyahu dei preparativi di Hamas poco prima dell’attacco.

Netanyahu nega categoricamente di aver ricevuto tali avvertimenti e ha minacciato azioni legali in merito a quanto riportato, dando l’impres sione che le decisioni di Netanyahu fossero guidate più da considerazioni di sopravvivenza politica personale che dall’interesse nazionale. Nel frattempo, le famiglie delle vittime del 7 ottobre, i sopravvissuti al massacro e gli ex ostaggi continuano a chiedere risposte sulle decisioni che hanno segnato le loro vite. L’assenza di un’inchiesta ufficiale ha spinto giornalisti, ex funzionari, politici e familiari delle vittime a condurre una propria, sempre più controversa, indagine pubblica. I documenti emergono in modo selettivo, i testimoni offrono versioni contrastanti e le accuse, che altrimenti potrebbero essere verificate tramite testimonianze giurate e accesso a prove riservate, diventano armi in campagna elettorale. Con i sospetti che si moltiplicano su Netanyahu, le elezioni si svolgeranno in un clima di interrogativi irrisolti e di rabbia che si fa ogni giorno più tossica. Dal canto suo, Netanyahu si prepara ad attribuire la sconfitta a una cospirazione. Nella mattinata più buia della storia di Israele, migliaia di cittadini attendevano disperatamente uno Stato che era scomparso. Riservisti, ufficiali in pensione, agricoltori, poliziotti e gente comune si precipitarono a sud per colmare il vuoto. Yair Golan - generale di brigata in pensione e presidente del partito dei Democratici - la mattina del 7 ottobre 2023 si svegliò al suono delle sirene e alle notizie di qualcosa di terribile che stava accadendo nel sud di Israele si procurò un’arma, un giubbotto antiproiettile e un elmetto, e proseguì verso sud con la sua piccola Toyota Yaris salvando sei giovani israeliani che si nascondevano nei campi dai miliziani di Hamas dal fuoco dei terroristi. Del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in quel buio sabato, non si sono avute notizie fino a sera. Eppure uno straordinario attacco di Sara Netanyahu è rivolto proprio verso Golan. Tre anni dopo, la moglie del primo ministro indica la rapidità con cui ha reagito come motivo di sospetto, trasformando la prova di iniziativa in un’insinuazione di prescienza. Lo stesso metodo politico trasforma il fallimento militare in tradimento, l’in dipendenza istituzionale in slealtà e l’opposizione politica in sovversione. Dan Perry prosegue spiegando che “portata avanti durante una campagna elettorale, questa logica ha un’ulteriore destinazione: la sconfitta elettorale stessa può diventare un altro evento sospetto che richiede una spiegazione. Gran parte del centro israeliano ha reagito con disappunto all’in tervista di Sara Netanyahu, perché le allusioni sembravano grottesche. Il pericolo maggiore risiede nella cultura politica che si sta costruendo proprio attorno a tali allusioni, una cultura in cui il patriottismo si misura in base alla lealtà verso un leader e ogni persona o istituzione che si frappone tra Benjamin Netanyahu e il mantenimento del potere può essere considerata parte del complotto”. “Co me mai un militare di così alto grado”, ha detto la moglie del primo ministro in un’in tervista “era già lì di buon mattino, quando gli altri, come il primo ministro, non sapevano che stesse scoppiando una guerra?”. In realtà è stato il primo ministro a bloccare l’istituzione di una commissione d’inchiesta. È stato anche Netanyahu, nei mesi precedenti all’attacco, a rifiutarsi di incontrare i vertici militari, del Mossad e dello Shin Bet, che cercavano disperatamente di avvertirlo che il clamore suscitato dalle sue riforme autoritarie proiettava un’immagine di debolezza e invitava all’attacco. Con le elezioni del 27 ottobre ormai alle porte, l’intervista di Sara Netanyahu è diventata l’ar gomento di discussione principale della politica israeliana. Golan ha minacciato di citare in giudizio Netanyahu per diffamazione, chiedendo un risarcimento di 2,5 milioni di shekel (circa 800.000 dollari) e ha preteso delle scuse. Netanyahu ha risposto chiedendo a Golan di scusarsi con lei e minacciando una controquerela da un milione di shekel. Gli alti ufficiali sapevano cosa stava per accadere. Lo Shin Bet lo sapeva. Solo Netanyahu ne era all’oscuro?

La teoria del tradimento si è progressivamente diffusa dai social media e dalle emittenti marginali verso il mainstream politico. Un sondaggio della Reichsmann University aveva precedentemente rilevato che quasi un terzo degli israeliani credeva, in qualche misura, che elementi all’interno di Israele avessero aiutato Hamas per danneggiare Netanyahu. Questa settimana la teoria del complotto è entrata a pieno titolo nella campagna elettorale. Questo si inserisce perfettamente nell’ossessione di Netanyahu di evitare di assumersi la responsabilità degli eventi del 7 ottobre, e si colloca in un contesto più ampio: la macchina politica di Netanyahu ha trascorso anni a coltivare la sfiducia nei confronti di polizia, pubblici ministeri, giudici, giornalisti, funzionari pubblici e comandanti militari che entrano in conflitto con il primo ministro. “La narrazione del tradimento del 7 ottobre ingloba la più grande catastrofe della storia israeliana in questa visione del mondo già consolidata. L’episodio si inserisce in una campagna elettorale già caratterizzata da una straordinaria e meschinità personale” scrive Forward.

Un articolo di Aída Chávez su Drop Site News pubblicato in collaborazione con Capital & Empire riferisce che secondo una valutazione riservata della Cia, Israele rischia una guerra civile o il collasso dello Stato. Il rapporto di agosto della Cia, intitolato “Fracture From Within”, ha evidenziato una combinazione esplosiva di pressioni convergenti in vista delle elezioni israeliane del 27 ottobre: crisi economica e spese militari alle stelle; veterani pesantemente armati di ritorno da lunghi periodi di combattimento, molti dei quali affetti da gravi traumi psicologici; crescente rabbia nei confronti degli uomini ultraortodossi esentati dal servizio militare; escalation della violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata; e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu che lotta per rimanere al potere, innescando una crisi costituzionale. Le fonti hanno avvertito che la combinazione di frammentazione politica e una popolazione crescente di veterani traumatizzati e pesantemente armati ha dei precedenti storici nei Freikorps tedeschi. Israele si trova inoltre ad affrontare un crescente isolamento all’estero, compresa l’erosione del sostegno negli Stati Uniti, che gli stessi funzionari israeliani hanno considerato una minaccia a lungo termine.


Raffaella Vitulano



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