Le imprese stanno diventando veri e propri soldati geopolitici

 

Quello che molti leader aziendali ancora non comprendono è che, in un contesto cibernetico di guerra, le aziende non sono più semplici entità commerciali. Possono diventare parte dell’ecosistema del conflitto. Un attacco informatico potrebbe così non essere diretto al core business di unazienda, ma a ciò che esso rende possibile. Pensiamo alle piattaforme cloud, ai fornitori di servizi logistici, ai sistemi di pagamento, alle sedi regionali e alle reti di fornitori di una multinazionale: possono tutti diventare bersagli indiretti. Come un comandante sul campo di battaglia che deve tenere conto di ciò che minaccia i suoi fianchi, le aziende devono sviluppare una consapevolezza a 360 gradi di come le loro operazioni si intersechino con il più ampio contesto di conflitto e di dove tali connessioni creano ulteriori vulnerabilità. Le imprese, insomma, stanno diventando soldati geopolitici. Dall’hacking all’abbattimento di droni, i governi vogliono che le aziende combattano i loro avversari. Scaricano sul mondo delle imprese responsabilità che non vogliono assumersi. E in parte questo spiega anche il meccanismo delle sanzioni. Abishur Prakash, stratega geopolitico presso The Geopolitical Business, una società di consulenza strategica con sede a Toronto, scrive quindi a ragion veduta su Economic Security Watch di un nuovo modello di esercito: le multinazionali assumono un ruolo sempre più importante nei conflitti geopolitici. All’inizio di quest’anno, il governo statunitense ha avanzato un’idea radicale per la guerra cibernetica. Aziende private americane sarebbero autorizzate a lanciare attacchi informatici, previa approvazione dello Stato, per sabotare le reti avversarie. “Anziché rimanere in silenzio e difendere i propri sistemi di fronte agli attacchi digitali, le aziende statunitensi sarebbero in grado di contrattaccare a livello globale. L’i dea, che non è stata ancora formalmente adottata, rappresenta una nuova forma di guerra cibernetica tra aziende, o addirittura tra aziende e stati. Si tratta di un enorme cambiamento rispetto a un’e poca in cui i governi gestivano la geopolitica e, nello specifico, i conflitti. Ma con il moltiplicarsi delle crisi, i governi stanno dando maggiore importanza al coinvolgimento delle imprese per contribuire al raggiungimento della sicurezza fisica ed economica. E non è solo l’America a pensarla in questo modo. Alla fine del 2025, l’Ucraina ha lanciato un progetto che consente alle aziende nazionali di creare unità di difesa aerea incaricate di acquistare armi e attrezzature per abbattere i droni russi. Ad oggi, almeno 30 aziende hanno aderito al progetto, rappresentando un nuovo modello di difesa in cui il settore privato contribuisce alla sicurezza nazionale. La Russia sta ora imitando l’Ucraina attraverso una legge recentemente approvata che consente alle sue banche di installare propri sistemi di difesa per intercettare i droni. Le filiali bancarie possono acquistare e installare armi per disturbare o colpire gli oggetti in arrivo. Gli istituti di credito russi si trovano così direttamente in prima linea nella peggiore guerra in Europa dal 1945”. Il nuovo contesto geopolitico genera una nuova strategia geopolitica. Il fatto che i governi si rivolgano alle imprese rivela una scomoda verità: non possono gestire da soli ciò che sta accadendo. Il successo geopolitico oggi dipende dal coinvolgimento della comunità imprenditoriale e dalle immense risorse e dal potere di cui dispone. Gli Stati sono indebitati, hanno finanze a pezzi e dipendono sempre più da multinazionali. Mentre Stati Uniti, Ucraina e Russia spingono le aziende a finanziare le proprie guerre, altri governi cercano il coinvolgimento delle imprese in diversi scenari operativi. Nel Regno Unito, i vertici bancari, con il sostegno del governo, stanno discutendo un nuovo sistema di pagamento continentale che non si basi su Visa e Mastercard (americane). In Giappone, il governo di Tokyo consiglia alle imprese di includere la sicurezza economica nelle proprie strategie di fusioni e acquisizioni transfrontaliere. Sebbene la motivazione sia diversa, queste mosse dimostrano che i vertici delle aziende occidentali sono costretti a svolgere un ruolo in progetti a sfondo geopolitico e a valutare gli accordi nell’ottica del successo nazionale, non solo del successo commerciale. Tutto ciò non ha precedenti: si tratta di un’inversione di ruoli per cui le aziende devono sempre più anteporre la politica al profitto. “Le imprese si stanno trasformando in strumenti dello Stato, soprattutto in Occidente. Questo è un paradosso. Per decenni, le aziende che operano nell’in teresse dello Stato sono state una caratteristica delle economie non occidentali (si pensi a Cina e Russia) e una questione spinosa per i governi occidentali”. Per ora, aziende e banche vengono chiamate a operare in contesti altamente controllati, come attacchi informatici e fusioni e acquisizioni. Presto, però, le possibilità potrebbero ampliarsi. Le grandi aziende tecnologiche potrebbero essere autorizzate a interrompere i servizi a propria discrezione, anche al di fuori delle zone di conflitto, per supportare accordi commerciali nazionali. Le grandi catene di distribuzione occidentali potrebbero essere incentivate a utilizzare le proprie sedi fisiche per immagazzinare riserve di energia di emergenza, accessibili alla nazione in caso di crisi. Se le banche si trovano a dover abbattere missili, il pensiero convenzionale non è più applicabile. Le aziende potrebbero preferire rimanere neutrali. Ma i governi non permettono alle imprese di restare a guardare mentre sono assediate da guerre, concorrenza o nuove minacce come i cambiamenti strutturali guidati dall’intelli genza artificiale. Tutti sono chiamati a dare il proprio contributo, il che crea nuovi problemi, poiché i consigli di amministrazione cercano di bilanciare le esigenze della nazione con le esigenze (e le minacce) provenienti da tutti gli altri. L’ultima volta che le imprese hanno svolto un ruolo così diretto nella geopolitica è stato durante la seconda guerra mondiale, quando le normali fabbriche furono riconvertite per il supporto bellico. I confini tra impresa e Stato si sono fatti sempre più labili. Oggi i governi guardano al mondo con la stessa prospettiva. Non esiste una strada sicura per la vittoria, né una definizione univoca di cosa essa rappresenti. Tuttavia, le complesse catene di approvvigionamento e l'enorme base di utenti che le aziende hanno costruito nel corso dei decenni non possono più funzionare indipendentemente dalla geopolitica. Le risorse aziendali non sono più semplici strumenti di commercio. Stanno diventando veicoli di potere nazionale. In una battaglia globale per la leadership, la conquista da parte dei governi di ciò che un tempo era intoccabile è solo all’inizio.

Negli ultimi quarant’anni, il successo delle agenzie di promozione degli investimenti si è misurato essenzialmente su un unico parametro, ampiamente indiscusso: la creazione di nuovi posti di lavoro. Incentivi e agevolazioni fiscali venivano concessi in cambio della promessa di un aumento del personale. Era il modello di business (in gran parte di successo) dell’intero settore dell’attrazione degli investimenti diretti esteri. Il problema? È un modello basato su un’economia che non esiste più. Martin Kaspar, responsabile dello sviluppo commerciale presso un’azienda tedesca di medie dimensioni del settore automobilistico, sostiene che le metriche tradizionali relative al numero di dipendenti utilizzate dalle agenzie intergovernative rischiano addirittura di compromettere la competitività europea. Considerati gli elevati costi del lavoro in Europa, le attività potranno riprendere solo se altamente automatizzate, il che significa progetti ex novo specificamente non incentrati sulla creazione di posti di lavoro. “Il parametro relativo al numero di dipendenti ha svolto la sua funzione: facilmente misurabile e semplice. Ma nell’economia odierna, tale funzione è venuta meno”. 


Raffaella Vitulano



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