Bruxelles cerca il conflitto ad ogni costo dopo aver distrutto il contratto sociale
L’Europa sta percorrendo una strada autodistruttiva, senza soluzioni plausibili ai crescenti problemi. Il risultato è una diffusa incertezza, impotenza e paura. Lo sostiene su “Europa sociale” il politologo polacco Jan Zielonka, professore di politica e relazioni internazionali presso l'Università di Venezia, Cá Foscari e l’Uni versità di Oxford. Il pericoloso cammino dell’Europa può essere paragonato ad “una corsa prima del crollo, che inevitabilmente arriverà”, con buona pace dei cosiddetti europeisti che hanno perso di vista i plumbei scenari globali. L’Europa si trova ad affrontare un cocktail esplosivo di crisi, a cui applica trattamenti inadeguati. Si pensi alle risposte alle minacce esterne alla sicurezza in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Nel frattempo, il Green Deal europeo sta subendo un arretramento sotto i nostri occhi, con implicazioni devastanti, soprattutto nel medio-lungo termine. La corsa agli armamenti si è accelerata e le misure volte a rafforzare la fiducia vengono smantellate, il che aumenta la probabilità di una guerra involontaria o premeditata, sollecitata da un false flag (o casus belli, se preferite il latino). Tutte tensioni che si alimentano a vicenda. Possiamo discutere sulla gravità di questa o quella minaccia e mettere in discussione i profeti che annunciano l’apocalisse. Ma è difficile negare un accumulo di problemi fondamentali che non scompariranno senza risposte adeguate. “Spiegare il comportamento autodistruttivo, quasi sadomasochista, dell’Europa è arduo. Sebbene vi sia - scrive Zielonka - un consenso generale sulle cause dell’attuale situazione, soluzioni credibili restano elusive. I partiti tradizionali, che hanno governato l’Europa per decenni, hanno compromesso o tradito i loro ideali liberali tollerando crescenti disuguaglianze, impegnandosi in controversie internazionali e ignorando i costi sociali dei progressi tecnologici. Di conseguenza, hanno perso la presa sul potere in ambito ideologico, elettorale e amministrativo. Questa atmosfera di instabilità politica e vuoto ideologico ha alimentato i timori dell’opinione pubblica. Questi timori sono stati esacerbati dal terrorismo, dalle pandemie, dall’instabilità finanziaria, dai cambiamenti climatici e dalle guerre nella periferia europea. Anche le ansie culturali derivanti dall’aumento delle migrazioni, dall’emancipazione femminile, dal declino demografico e dalla disomogeneità delle competenze digitali hanno giocato un ruolo. La paura fornisce terreno fertile per i demagoghi politici che aspirano a un cambio di regime, e l’establishment liberale si è dimostrato troppo compiacente e privo di immaginazione per offrire una risposta convincente. Questo ci porta ai rimedi applicati finora”. Di solito, la colpa del deplorevole stato della nostra governance viene attribuita a politici incompetenti, se non addirittura maliziosi. Il problema è che diamo la colpa a politici diversi, a seconda delle nostre posizioni ideologiche. Ma il risultato è sempre lo stesso. “Alcuni autoproclamati liberali hanno iniziato a emulare i populisti, con Mark Rutte, Donald Tusk e Mette Frederiksen come esempi notevoli. Altri hanno optato per soluzioni tecnocratiche ai problemi sociali, psicologici e politici dell’Europa, come si evince dalle politiche di Mario Draghi, Dick Schoof e persino Keir Starmer. Ci sono anche politici, come Giuseppe Conte ed Emmanuel Macron, che hanno fuso queste posizioni opposte in quello che Christopher Bickerton e Carlo Invernizzi Accetti definiscono tecno-populismo. Mentre Tusk, Frederiksen, Macron e Starmer rimangono al potere, è difficile concludere che una qualsiasi di queste strategie abbiaavuto davvero successo”. Prima di dare la colpa esclusivamente ai politici,bisogna riconoscere che gli intellettuali hanno offerto scarso aiuto nell’ideazione di rimedi credibili. Il docente fa riferimenti ad equivalenti moderni di Adam Smith, Jean-Jacques Rousseau o Immanuel Kant. “Persi no Karl Marx, Hannah Arendt e Carl Popper non sono più considerati pensatori ispiratori, con conseguente mancanza di visioni complete per il cambiamento desiderato. I pochi intellettuali che ancora tentano di consigliare i politici promuovono concetti astratti e spesso nebulosi come la distruzione creativa, l’effi cienza dinamica, il conservatorismo progressista o la rivoluzione del buon senso”. I governi si affidano a soluzioni rapide, guidate da elezioni periodiche e sondaggi d’opinione irregolari. “Fino ra, l’Europa è riuscita a cavarsela attraverso crisi successive senza affrontarne le cause profonde. Poche domande retoriche di base sono sufficienti a mettere in luce la portata limitata di sforzi apparentemente riusciti: la Grecia ripagherà mai i suoi debiti dopo tre salvataggi e tagli draconiani al welfare? I campi profughi in Turchia o i campi di rimpatrio in Albania allevieranno le preoccupazioni pubbliche legate all’immigrazione? La spesa militare prevista lascerà intatte scuole e ospedali pubblici?”. La situazione attuale evoca le fasi finali del comunismo in Polonia, vividamente descritte da Tadeusz Konwicki nel suo libro satirico “A Minor Apocalypse”: “La nostra epoca è quella dei nobili dubbi, della beata incertezza, della sacra ipersensibilità, della divina incostanza”. Ma la distruzione si dispiega gradualmente, per impostazione predefinita e spesso sotto mentite spoglie. I politici sono preoccupati di generare soluzioni surrogate, mentre i cittadini sono cinici, atomizzati e incapaci di formare un fronte unito per un’azione costruttiva. “La democrazia esiste formalmente, ma a malapena genera legittimità per i leader politici. Dopo un periodo di confusione al limite della disperazione, un crollo, causato da un cocktail di crisi accumulate, sembra inevitabile. Esiste un modo per evitare questo scenario? Forse, ma è difficile da immaginare, anche per un ottimista”. Lo stato sociale è il contratto sociale che lega i cittadini dell’Europa occidentale ai loro governi. Quando questi benefici vengono erosi, molti lo considerano una violazione di quel contratto, che, ai loro occhi, giustifica la disobbedienza civile. La Germania non è sola in questo dilemma. Ben si accompagna col governo francese e con Londra. Secondo molti economisti, sia la Francia che il Regno Unito stanno procedendo lentamente verso una crisi del debito. La crisi finanziaria, progettata dai grandi finanzieri, con o senza consapevolezza, è stata in ultima analisi pagata dai cittadini comuni, e praticamente nessuno è stato ritenuto responsabile. Bruxelles dovrà ricorrere, come accaduto molte volte nella storia, a un pretesto così eclatante per scatenare il conflitto, tale che le persone si convincano che proprio la Russia rappresenti il male assoluto da sradicare. A governi in crisi non resta che scatenare una guerra contro Mosca. Non a caso sono proprio Germania, Francia e Regno Unito a guidare il sostegno europeo all’U craina, promettendo di dare all’Ucraina 100 miliardi di euro per acquistare armi dagli Stati Uniti. A questa spesa per l’Ucrai na si deve aggiungere il piano Rearm Europe. Il contratto sociale europeo è ormai carta straccia: ai cittadini viene detto che non ci sono soldi per l’istruzio ne, l’assistenza sanitaria o le pensioni, eppure sembra esserci un flusso infinito di denaro per armi e guerra – una guerra che non sembra proprio essere nell’interesse della maggior parte dei cittadini europei. La fine della seconda guerra mondiale aveva lasciato l’Europa ideologicamente e moralmente morta, quindi, anziché ideali o morale, lo stato offrì benessere e sicurezza in cambio di obbedienza e tasse. Un modello che sembrava funzionare e offriva un compromesso una via europea - tra il modello capitalista degli Stati Uniti e quello comunista dell’U nione Sovietica. E’ stata questa la base dell’Europa sociale che abbiamo conosciuto e vissuto, ma che oggi sembra spaventosamente distante. “Il contratto sociale di base tra gli individui e lo Stato nelle nazioni dell’Europa occidentale negli ultimi cento anni è stato che lo Stato sarebbe cresciuto fino a regolamentare e tassare praticamente ogni sfera della vita, pubblica o privata, in cambio di una certa misura di ordine e benessere per i suoi cittadini” scrive Paul W. Kahn. Adottando l’euro, gli stati hanno di fatto ceduto la loro capacità di onorare quel contratto sociale ad amministratori non eletti di Bruxelles. Insieme all’accettazione di un limite annuo del 3% al deficit fiscale imposto arbitrariamente da Bruxelles, era inevitabile che l’accresciuto fabbisogno monetario statale avrebbe eroso i fondi disponibili necessari per onorare quel contratto sociale. La sovranità degli stati nazionali moderni si basa sul presupposto che lo stato incarni la “volontà del popolo”. Il concetto alquanto astratto di “volontà di rappresentanza” viene convertito in “volontà sovrana” e attribuito allo stato. Ciò presuppone che il ruolo dello stato e della burocrazia statale sia quello di tutelare gli interessi dei cittadini. In Europa, l’ascesa dello stato sociale risale alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ma fu in realtà dopo la Seconda Guerra Mondiale, in un’Europa distrutta e impoverita, che gli stati dell’Europa occidentale, con l’aiuto del Piano Marshall, iniziarono a sviluppare un nuovo modello sociale. Anziché ideali o morale, lo stato offrì benessere e sicurezza in cambio di obbedienza e tasse. La giustificazione di questa nuova imposta era la necessità di fondi da parte dello Stato per finanziare le prestazioni sociali. Questa logica - il contratto sociale di fondo dell’Europa - ha tenuto unita la società dell’Europa occidentale. Pur non senza critiche, è stata ampiamente accettata, con la fiducia oggi possiamo dire mal riposta - che Bruxelles non l’avrebbe mai tradita.
Raffaella Vitulano
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